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L’ultima sfida di Trump è Rubio presidente di Cuba ma L’Avana insorge: “Pronti al sangue”

di Ariel Piccini Warschauer 

Donald Trump non ha mai amato le mezze misure, e nel nuovo ordine mondiale targato “The Donald”, la diplomazia passa sempre più spesso per i social media e le provocazioni taglienti. L’ultima bordata, che ha fatto tremare le scrivanie dei palazzi del potere all’Avana, riguarda Marco Rubio. Il Segretario di Stato americano, figlio di esuli cubani e da sempre “falco” nei confronti del regime castrista, è stato “incoronato” da Trump nientemeno che come futuro presidente di Cuba.

Tutto nasce da un post su Truth Social. Un utente qualunque suggerisce che Rubio dovrebbe guidare il Paese dei suoi genitori; Trump non si limita a leggere, ma rilancia il messaggio con un commento che è tutto un programma: «Mi sembra un’ottima idea!». Tanto basta per mandare in corto circuito la propaganda comunista dell’isola caraibica.

L’assedio energetico

Ma dietro l’ironia dei social c’è una strategia politica e militare. Trump ha messo nel mirino il cordone ombelicale che tiene ancora in vita l’economia cubana: il petrolio venezuelano. Dopo il successo dell’operazione “Absolute Resolve”, che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, il tycoon ha chiarito che il banchetto è finito. «Per anni Cuba ha vissuto grazie al petrolio e al denaro del Venezuela in cambio di “servizi di sicurezza” per i dittatori. Ora basta!», ha tuonato il Presidente.

Il messaggio è un ultimatum senza appello: con Caracas ora sotto la “protezione” dell’esercito americano, i rubinetti del greggio per l’isola si sono chiusi. «Non ci sarà più petrolio o denaro per Cuba — ZERO!», scrive Trump, aggiungendo un consiglio che sa di minaccia: «Raggiungete un accordo prima che sia troppo tardi».

La replica furiosa dell’Avana

La risposta dei vertici cubani non si è fatta attendere, tra retorica rivoluzionaria e accuse di “imperialismo”. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha rispedito al mittente ogni pressione, gonfiando il petto: «Cuba è una nazione libera e sovrana. Nessuno ci dice cosa fare». Poi, il richiamo al martirio tipico del regime: «Siamo pronti a difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue».

Ancora più duro il ministro degli Esteri, Bruno Rodríguez Parrilla, che ha dipinto gli Stati Uniti come un «egemone criminale e incontrollato» che minaccia la pace globale. Per L’Avana, il diritto di importare carburante è sacrosanto, ma la realtà dei fatti parla di un’isola sempre più isolata dal punto di vista economico e con le spalle al muro.

Mentre Rubio, il “piccolo Marco” ora diventato braccio destro del Presidente, osserva dal Dipartimento di Stato, il sogno di vederlo un giorno alla guida di una Cuba libera non sembra più soltanto una provocazione da social media, ma il tassello di una partita geopolitica che Trump è deciso a vincere in tempi brevi.

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