L’Iran guarda alla monarchia e al possibile ritorno del figlio dello Scià
“Proprio mentre lamentavamo la morte dell’Occidente – scrive Antonio Polito sul Corriere della Sera -, la crisi dei suoi valori e la fine della sua storia, ecco milioni di iraniani che stanno dando la vita per condividere le nostre conquiste: libertà, benessere, tolleranza. Il diritto delle donne di sciogliersi i capelli e accendersi una sigaretta in pubblico; dei giovani di baciarsi per strada e ascoltare la musica che vogliono; dei padri di famiglia di non morire di fame mentre il governo spende risorse in missili e rivoluzioni globali. La storia si è rimessa in moto. A Teheran, Isfahan, Mashhad, Shiraz, Qom, i tetri sgherri della teocrazia sparano sulle folle, inseguono i manifestanti fin negli ospedali, provano a spegnere l’incendio colpendo e terrorizzando il proprio popolo. Ma il regime degli ayatollah è fallito da tempo. Nato nel 1979 come rivolta antioccidentale, parve allora a molti una nuova rivoluzione. Oggi nelle piazze iraniane c’è anche chi guarda alla monarchia e al ritorno del figlio dello Scià. Le umiliazioni subite dal Paese, militari ed economiche, non devono essere state estranee a questa nuova sollevazione, nata dalla povertà ma intrisa di aspirazione alla libertà: una mobilitazione non solo di giovani e donne, ma di popolo, sostenuta dalle minoranze. L’apparato repressivo del regime però non ha fallito, alimentato dal fanatismo religioso delle milizie. Non è affatto detto che non finisca come tante altre volte: con omicidi, impiccagioni, retate. “Nemico di Dio” è un’accusa che può costare la vita. Così l’Occidente si trova davanti al dilemma: che fare quando a massacrare un popolo è il suo stesso governo? È la domanda dietro il silenzio delle nostre piazze, pronte a battersi contro l’imperialismo ma spesso incapaci di riconoscere il diritto alla libertà quando a calpestarlo non sono gli americani. La Nobel Shirin Ebadi ha chiesto un’assistenza internazionale per prevenire un disastro. Ci auguriamo che non porti nuove guerre. Ma se non sapremo usare la forza della diplomazia, dell’economia e dell’opinione pubblica, avremo comunque lasciato la parola alle armi”.






