#CULTURA

Chiara Matraini, protagonista nella Lucca del Cinquecento

di Roberto Pizzi.

Lo scorso dicembre, nella “Sala ex Antica Armeria” del Palazzo Ducale, sede della Provincia di Lucca, si è svolto un convegno dedicato alla presenza femminile nella storia lucchese, alla quale ho partecipato esponendo una relazione su alcune figure di donne letterate del nostro passato, distintesi per cultura, per impegno sociale e politico.

Domenica 11 gennaio, su una pagina regionale  del “Corriere della Sera”, è comparso un articolo di Luca Scarlini dedicato alla poetessa Chiara Matraini che nella Lucca del Cinquecento – epoca turbolenta per la città – ebbe grande notorietà, per il suo estro e per il  salotto letterario da lei organizzato, che destò scandalo nella società perbenista a causa della spregiudicatezza degli argomenti trattati. Ciò mi ha stimolato  a scrivere queste note, poiché nella mia relazione (introdotta dal professor Luciano Luciani e supportata da alcune letture dell’attrice Sandra Tedeschi) avevo esordito parlando proprio della poetessa Chiara Matraini (Lucca, 1515-1604), di origine borghese, la quale fu definita “animo nobile”. Fu donna moderna, libera, organizzatrice di cultura, poetessa, espressione dello spirito rinascimentale,  in una società fortemente repressiva nei confronti delle donne.

Altra figura citata nella mia relazione è stata Teresa Bandettini, (Lucca, 1763-1837), nota con il nome arcadico di Amarilli Etrusca, che fu non solo una  poetessa, ma anche apprezzata ballerina. Rimasta orfana a sette anni  e con la famiglia in precarie condizioni finanziarie, non seguì un regolare corso di studi e a quindici anni fu avviata alla professione di danzatrice. Tra il 1779 e il 1789 viaggiò per l’Italia settentrionale, dove ben presto si diffuse la sua fama di ballerina letterata: si raccontava che in teatro, durante gli intervalli, leggesse Dante. Tornata a Lucca, l’Accademia degli Oscuri la fece sua socia e le dedicò un busto marmoreo. Riscosse apprezzamenti dal Parini e dall’Alfieri. È seguito, poi, il ricordo di  Matilde Calandrini (Ginevra, 1794 – 1866), discendente della omonima famiglia lucchese  del XVI secolo, esule in Svizzera religionis causa, la quale ebbe importanti rapporti con il sacerdote Ferrante Aporti, con il Lambruschini, col Viesseux, col Mayer. Si può dire che quasi tutti i nomi della cultura toscana dell’epoca fossero a lei  legati. La sua opera si collega al vasto movimento europeo per la creazione di asili di infanzia, scuole lancasteriane e per la diffusione della letteratura popolare. Quando una profonda ondata reazionaria colpì il movimento d’istruzione popolare e infantile in Italia, la Calandrini ne fu vittima illustre. L’arcivescovo di Pisa, accusandola di turbare le coscienze religiose, ottenne un decreto che le impediva di rientrare in Toscana. Solo dopo l’unità poté rientrare nella nostra regione. Insieme a  Piero Guicciardini, è da annoverare fra le figure di maggior spicco del primo evangelismo in Toscana, il cui movimento religioso ebbe vita grama nella regione e dovette sopravvivere solo in condizioni di grande precarietà o clandestinità. Matilde tornò in Toscana nel 1831, stabilendosi a Pugnano, dove  fondò una scuola di mutuo insegnamento, chiusa ben presto dalle autorità. È stata poi ricordata Luisa  Amalia Paladini (Milano 1810 – Lecce, 1872),  educatrice, sostenitrice delle riforme e dell’unificazione nazionale,  la quale partecipò agli entusiasmi popolari del 1848. Era nata a Milano nel 1810, da genitori lucchesi, a 5 anni si trasferì a Lucca, dove guidata dalla madre coltivò proficuamente la sua intelligenza. Non ancora ventenne, dimostrò la sua sensibilità scrivendo versi encomiastici e poesie, come i Nuovi Canti offerti alla Guardia Civica di Lucca, ispirate dalle tematiche patriottiche. Sostenitrice delle riforme e dell’unificazione nazionale, partecipò agli entusiasmi popolari del 1848, componendo versi che invitavano a trascendere il municipalismo e il regionalismo e ad unirsi sotto un’ unica bandiera italiana. Ma i suoi sforzi migliori furono diretti all’educazione femminile, sia con pubblicazioni pedagogiche, che con l’insegnamento diretto. Nel 1872 accettava l’incarico di dirigere l’istituto femminile “Vittorio Emanuele” di Lecce, dove rimase fino alla morte.

La mia relazione ha dedicato il maggior spazio e si è conclusa parlando della letterata rivoluzionariaCleobulina Cotenna (Lucca, 1810-1874), che oltre ad essere autrice di racconti  e di poesie 

patriottiche, trasformò la sua villa di Monte S. Quirico in un luogo di cospirazione, dando ospitalità a Giuseppe Mazzini, alla sua compagna Giuditta Sidoli, a Giacomo Medici, Domenico Guerrazzi, Silvio Pellico.

Donna di profonda “ma libera” religiosità, generosa, pronta, come tutta la sua famiglia, a prodigarsi per gli altri, spese buona parte del suo patrimonio per il progetto patriottico.  Morì nel 1874, rimasta sola dopo avere perso i 7 figli ed il marito.   

Cleobulina fu  una donna esile, ma forte, coraggiosa e convinta di essere dotata del dono della preveggenza, che non deve stupire se pensiamo al Risorgimento  come un processo in cui si fusero calcoli politici e suggestioni romantiche. Si narra, in proposito, che la visione di un gabbiano sul fiume Serchio, che aveva una parte del collo di colore rosso, come se fosse un fazzoletto annodato alla gola, le fece presentire le gravi difficoltà di Garibaldi nella difesa della Repubblica romana del 1849. Fu considerata una pazza dai conservatori della classe dirigente lucchese, e quando partì per il Piemonte, come volontaria per combattere nella II Guerra d’Indipendenza (insieme al figlio),  nel marzo del 1859,  il marchese Pietro Provenzali, nel suo diario, scrisse: La conosciuta pazza demagoga Cleobula Cotenna è partita alla volta del Piemonte con un drappello di paesani lucchesi 

La sua residenza di Monte San Quirico (chiamata il “castello”)  era ritenuto un luogo tenebroso dove si organizzavano strani riti, e si diceva fosse munito di  ogni apparato occorrente al segreto delle congiure: porte invisibili, armadi misteriosi, sotterranei e finanche paurosi trabocchetti. Cleobulina, pur donna di azione, credeva nella reincarnazione e sosteneva di   presentire avvenimenti importanti. Ci richiama alla mente quella Madame Blavatsky (1831-1891),  sensitiva ucraina,  seguace di Garibaldi col quale aveva combattuto a Monterotondo e a Mentana,fondatrice della Società Teosofica e autrice di  libri sulla religione  ( Iside svelata  e La dottrina segreta )   che denotano le  sue conoscenze teologiche ed esoteriche acquisite anche dalla lettura, durante l’adolescenza, dei  libri del nonno. Sia Cleobulina che madame Blavatski furono letterate appassionate, intrise di quel Romanticismo  in cui rientrava il genere Gotico, definito anche “romanzo spaventoso”, oppure romanzo nero. Di questa corrente letteraria non possiamo  dimenticare Mary Shelley, che grazie al suo romanzo Frankenstein o il Prometeo moderno (1818) introduce tematiche culturali e filosofiche (tuttora attuali e di grande impatto) in un’epoca nella quale la ricerca stava accelerando  le sue scoperte sul rapporto fra l’uomo e la scienza, sui limiti della scienza stessa oltre i quali non è lecito spingersi, sul “diverso” che viene emarginato dalla società civile, sulla figura della creatura artificiale che si ribella al suo creatore. Ricollego Mary Shelley  anche alla nostra storia di Lucca, ricordando –  in primis – che  fra le sue opere letterarie figura il romanzo storico Valperga, vita e avventure di Castruccio, principe di Lucca, pubblicato nel 1823 e non ristampato fino al 1996 (in Italia il libro è rimasto inedito fino al 2007).   L’altro collegamento con Lucca è suggerito dal  fatto che il suo più celebre romanzo Frankestein venne ambientato nella cittadina di Cologny, nel cantone di Ginevra, in Svizzera, e  più precisamente  nella Villa Diodati, che prende il nome da una famosa famiglia lucchese, emigrata oltr’Alpe dopo avere  aderito alle idee calviniste. Villa Diodati è celebre per essere stata presa in locazione per un periodo da Lord Byron il quale vi soggiornò nell’estate del 1816. Byron, i coniugi Shelley, insieme ad altri amici,  nel giugno di quell’anno, trascorsero nella Villa Diodati tre giorni, inventando e raccontandosi storie, due delle quali poi divennero opere esemplari dell’horror gotico: Frankenstein di Mary Shelley e Il vampiro di John Polidori (di origine toscana) che fu il primo racconto moderno basato sui vampiri

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