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Trump senza coerenza, i funambolismi di Meloni e l’opinione pubblica italiana

di Biagio Marzo.

L’inquilino della Casa Bianca è, per definizione, sui generis. Il suo ex consigliere per la sicurezza nazionale, Steve Bolton, lo ha descritto senza diplomazie: «È il tipo dell’uomo forte, in lui c’è un complesso di Mussolini». Un giudizio severo ma non privo di riscontri. Di Donald Trump si fatica a cogliere una linea coerente di politica estera, dal momento in cui il multilateralismo è stato messo in crisi. Va da sé che non è chiaro dove voglia andare né quali equilibri intenda preservare. Di certo non guarda all’Europa, e la prova più evidente è il suo atteggiamento ambiguo nei confronti della guerra tra la Russia aggressore e l’Ucraina aggredita.

Trump guarda altrove, la Cina, per non disturbare Vladimir Putin, riducendo il conflitto a una variabile secondaria della geopolitica globale. Sul Venezuela la verità sembra perdersi del tutto. Dichiarazioni contraddittorie, motivazioni mutevoli, decisioni opache alimentano un quadro fatto di ombre, improvvisazione e incoerenza. Trump gioca spesso a mosca cieca, come testimoniano coloro che un tempo facevano parte del suo entourage e che oggi si sono dimessi, sono stati dimissionati o marginalizzati. È un presidente che conosce bene l’arte della vendetta, e Bolton lo sa. A farsi da parte sono stati in molti: Mike Pompeo, Gary Cohn, Rex Tillerson, Jim Mattis.

Una sequenza di defenestrazioni che racconta più di molte analisi. Il caso venezuelano è emblematico. Trump ha fatto arrestare l’ex presidente, Nicolas Maduro, e moglie e li ha fatti trasferire nel penitenziario di Brooklyn, a New York. Le giustificazioni ufficiali sono cambiate nel tempo: prima il narcotraffico e l’esportazione di droga negli Stati Uniti; poi l’accusa di aver consegnato il Paese all’influenza di russi, cinesi, cubani e iraniani, con presunte presenze di Hamas e Hezbollah; successivamente la questione migratoria. Infine emerge il nodo centrale: il petrolio. Il Venezuela possiede alcuni dei più grandi giacimenti del mondo. Per Trump, la verità è spesso un gioco delle tre carte. Non è tutto. Il presidente colombiano, Gustavo Petro,  ha raccontato che, dopo una lunga telefonata con Trump, ha compreso che l’obiettivo reale non fosse Maduro, ma lui stesso. E poi,  è il Messico a finire nel mirino, accusato di essere la principale via di esportazione della droga verso gli Stati Uniti.

Tuttavia dice Messico ma è Cuba la “mela del desiderio”. Una politica estera che procede per bersagli mobili, senza una strategia riconoscibile. Dal Sudamerica all’Artico il passo è breve. Trump punta alla Groenlandia e vorrebbe, con le buone o con le cattive, trasformare l’isola più grande del pianeta nella cinquantunesima stella della bandiera americana. La Groenlandia appartiene alla Danimarca, partner della NATO, che ha respinto ogni ipotesi di cessione, forte anche della solidarietà dell’Unione europea. Le ragioni di questa ossessione sono evidenti: l’isola è strategica dal punto di vista militare — controlla rotte cruciali per le navi russe e cinesi — ed è ricchissima di minerali preziosi. Eppure, dal 1951 esiste già un accordo tra Washington e Copenaghen che consente l’installazione di basi militari statunitensi sull’isola, con una presenza americana consolidata.

Tuttavia, Trump sembra che abbia cambiato passo, si muove con i piedi di piombo davanti alla impennata solidaristica data alla Danimarca dall’Europa. Nel frattempo minaccia gli ayatollah di Teheran, promettendo interventi qualora la repressione delle proteste popolari iraniane dovesse intensificarsi; bombarda obiettivi in Nigeria; sequestra petroliere “ombra” che battono bandiere di comodo ma riconducibili a Russia, Cina e Venezuela. Parallelamente, ritira gli Stati Uniti da decine di agenzie internazionali legate all’ONU, smantellando pezzi fondamentali del multilateralismo. Di Emanuel Macron offre una rappresentazione caricaturale, mentre il presidente francese lo accusa apertamente di praticare una politica aggressiva e neo-coloniale.

Come si riverbera tutto questo sulla politica italiana? La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (nella foto), ha finora camminato sul filo, con un funambolismo che le è riuscito. Tuttavia, l’opinione pubblica italiana appare sempre più inquieta e guarda con crescente diffidenza ai continui colpi di teatro trumpiani. Meloni ha cambiato passo: non è più la battutista e la provocatrice di un tempo. Il mutamento è apparso evidente nella lunga conferenza stampa di inizio anno. L’innamoramento per il mondo MAGA sembra già lontano e il rapporto mostra segni di affievolimento. Troppi sono stati gli strappi del Tycoom per restare appiccicati ai suoi capricci: l’operazione Maduro, le forzature contro il diritto internazionale, le minacce alla Danimarca sulla Groenlandia, fino all’episodio di Minneapolis, dove un agente dell’Immigrazione ha ucciso una donna e un altro ha sparato a due venezuelani. Fatti che parlano da soli e che rendono sempre più difficile una piena identificazione politica.

Trump continua a muoversi come un giocatore d’azzardo che rilancia anche quando il tavolo sta per saltare. Giorgia Meloni, invece, si è democratizzata nel “doroteismo” e sembra aver compreso che legarsi molto mani e piedi al Tycoon sarebbe un errore strategico: meglio abbassare i toni, smussare gli angoli, rendersi concava e convessa e prendere le distanze senza rotture clamorose. Oltretutto, le elezioni politiche sono dietro l’angolo e le preoccupazioni crescono. In un mondo attraversato da instabilità e conflitti, la prudenza può apparire una scelta difensiva, ma resta spesso l’unica forma di responsabilità politica possibile. Il punto, oggi, è capire se basterà.

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