Il fenomeno Vannacci, psicologia di un doppio linguaggio
di Paolo Benini.
Ciò che merita attenzione in questa vicenda non è tanto la sostanza delle affermazioni, che possono essere discusse in altre sedi, quanto il dispositivo comunicativo e psicologico che ne ha sostenuto l’emersione pubblica. In questa lettura, volutamente sospesa da ogni giudizio di valore, il caso del generale Roberto Vannacci offre un’occasione interessante per osservare come, oggi, possa costruirsi una figura simbolica all’interno del discorso collettivo. Un militare con una carriera consolidata e un profilo culturale elevato pubblica in autoproduzione un libro, Il mondo al contrario, che affronta temi particolarmente sensibili della contemporaneità: identità, differenze, appartenenza, diversità etniche e sessuali. Il testo ottiene un notevole successo editoriale e trasforma l’autore in un fenomeno mediatico, con successive ricadute sul piano politico.
Al di là delle posizioni espresse, ciò che colpisce maggiormente è il registro linguistico adottato e la sua efficacia sul piano psicologico. Il linguaggio utilizzato non ricalca la retorica esplicitamente aggressiva tipica dei populismi più diretti. Al contrario, le argomentazioni vengono presentate attraverso una forma razionale, talvolta quasi tecnica, che richiama concetti apparentemente neutri, come quello di “norma” intesa in senso matematico o statistico. In questo modo si crea il presupposto implicito per cui ciò che è maggioritario viene percepito come “normale”. Si tratta di una strategia comunicativa tutt’altro che ingenua.Dal punto di vista della psicologia della comunicazione, questo assetto può essere letto come un doppio livello semantico. Da un lato vi è un piano esplicito, descrittivo, che si presenta come oggettivo; dall’altro, un piano implicito che opera sul versante simbolico ed emotivo. Il primo si limita a enunciare un dato quantitativo, il secondo costruisce una cornice interpretativa nella quale ciò che non rientra nella norma viene collocato nella categoria dell’eccezione.
È in questo passaggio che avviene uno slittamento cruciale. Il termine “normale”, che nel linguaggio scientifico indica una distribuzione o una frequenza, nel linguaggio comune tende a trasformarsi in un giudizio di valore. Un concetto quantitativo entra così nel campo morale senza mai essere esplicitamente dichiarato come tale. Non si tratta di un’affermazione diretta, ma di una traslazione progressiva, resa possibile proprio dall’ambiguità del termine. Questo meccanismo è ampiamente descritto nelle scienze sociali. Le società costruiscono rappresentazioni condivise che permettono agli individui di orientarsi nella realtà e di attribuirle coerenza. Attivare concetti come normalità o natura consente di esercitare un’influenza profonda senza introdurre idee nuove, ma semplicemente riattivando schemi simbolici già presenti e culturalmente sedimentati, spesso al di sotto della soglia della consapevolezza. Il linguaggio in questione sembra funzionare proprio in questo modo: non innova i contenuti, ma li riformula entro una cornice che appare neutrale e che proprio per questo risulta altamente polarizzante. La forza comunicativa non risiede tanto in ciò che viene affermato, quanto nel modo in cui determinate idee vengono rese legittime e dicibili.
Dal punto di vista della pragmatica della comunicazione, ogni messaggio opera simultaneamente su due piani: quello del contenuto e quello della relazione. Il primo riguarda ciò che viene detto; il secondo definisce implicitamente le posizioni reciproche di chi comunica e di chi riceve il messaggio. Quando la maggioranza viene implicitamente equiparata alla normalità, il contenuto resta descrittivo, ma il piano relazionale organizza la realtà in categorie: inclusione ed esclusione, appartenenza e scarto. Secondo un principio fondamentale della comunicazione, non è possibile non comunicare. Anche il presentarsi come neutrali o non offensivi costituisce di per sé un atto comunicativo. La forza provocatoria di questo linguaggio nasce dal contrasto tra la sua superficie letterale e la struttura implicita che produce.
Non è l’enunciato esplicito a generare reazione, ma l’assetto simbolico che esso mette in movimento. Questa ambiguità, che può essere definita una forma di provocazione implicita, produce almeno due effetti psicologici rilevanti. Da un lato, attiva risonanze emotive profonde in chi vi si riconosce, dando forma a contenuti che spesso restano inespressi nel discorso pubblico. Dall’altro, rende complessa la contestazione diretta, poiché il messaggio, sul piano letterale, rimane formalmente inattaccabile. È un meccanismo di negabilità plausibile applicato alla comunicazione sociale. Non è sorprendente che figure costruite attraverso questo dispositivo emergano rapidamente in fasi di incertezza collettiva. Ogni società tende ciclicamente a cercare interpreti capaci di dare voce al non detto, traducendo tensioni diffuse in un linguaggio che appare razionale ma è emotivamente carico. Tuttavia, fenomeni di questo tipo mostrano spesso una natura transitoria. La provocazione mascherata da descrizione tende a perdere efficacia con la ripetizione, come accade a ogni meccanismo retorico che non evolve. Inoltre, la coerenza iniziale tra linguaggio, forma e identità pubblica, che rappresenta una forza nelle prime fasi, può trasformarsi nel tempo in una rigidità strutturale. Chi costruisce la propria immagine su una formula comunicativa molto definita incontra difficoltà nel modificarla senza comprometterne la riconoscibilità. Oggi l’identità pubblica si costruisce attraverso una combinazione di linguaggio, ambiguità e risonanza emotiva collettiva, amplificata in modo significativo dai mezzi digitali e dai social media.
Questi funzionano come moltiplicatori di visibilità e acceleratori di diffusione, capaci di trasformare rapidamente un prodotto editoriale nato in forma autonoma in un fenomeno sociale. Al di là delle opinioni e dei contenuti specifici, questo caso mostra un aspetto più generale: evidenzia come l’identità pubblica possa essere costruita attraverso l’uso sofisticato dei meccanismi comunicativi e delle rappresentazioni collettive. È questa combinazione, più che le affermazioni esplicite, a rendere possibile il passaggio da un libro autoprodotto a un simbolo mediatico. Questa lettura ha una natura esclusivamente psicologica e comunicativa. Non esprime giudizi di valore, né sulle posizioni espresse né sull’autore, e non ha carattere politico. Non vengono attribuite intenzioni strategiche o finalità consapevoli. L’oggetto dell’analisi è il funzionamento del linguaggio e i suoi effetti sistemici sul piano delle rappresentazioni sociali, non le motivazioni soggettive di chi lo utilizza.
In questa prospettiva è comunque importante riconoscere che l’asse maggioranza–minoranza svolge un ruolo reale nelle dinamiche sociali, poiché segnala orientamenti, appartenenze e contribuisce alla formazione delle norme. Tuttavia, quando viene elevato a chiave esclusiva di lettura, rischia di diventare uno strumento riduttivo, capace di appiattire la complessità e di trasformare fenomeni qualitativi in meri dati quantitativi. È proprio in questa riduzione, potente perché apparentemente neutrale, che il linguaggio può trasformarsi in provocazione implicita e continuare, al tempo stesso, a presentarsi come semplice descrizione della realtà.






