L’ultima scommessa dello Scià e la richiesta di solidarietà internazionale
di Ariel Piccini Warschauer.
Dalle pagine del Wall Street Journal, Reza Pahlavi lancia il suo manifesto per il dopo-Ayatollah. No alle bombe USA, sì al sostegno alle piazze: “I pianeti si sono allineati per la democrazia”.
Non è più solo il custode di una nostalgia imperiale o il simbolo di un passato svanito tra i marmi di Persepoli. Oggi, Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo Scià di Persia, si propone come l’architetto di un futuro che, per la prima volta in 47 anni, sembra a portata di mano. In un’intervista fiume rilasciata al Wall Street Journal, Pahlavi traccia la “road map” per un Iran post-teocratico, proprio mentre le piazze del Paese tornano a bruciare sotto i colpi di una crisi economica e sociale senza precedenti.
“Nessuna invasione, la rivoluzione è interna”
Il messaggio inviato a Washington e alle cancellerie europee è netto: l’Iran non ha bisogno di un intervento militare esterno. “Il regime è al suo punto di massima fragilità”, ha spiegato Pahlavi. Per il principe ereditario, la teocrazia guidata da Ali Khamenei sta implodendo sotto il peso delle proprie contraddizioni. La sua strategia non prevede “boots on the ground” americani, ma un supporto diplomatico e tecnologico massiccio per permettere agli iraniani di comunicare e organizzarsi, superando i blackout internet imposti dal governo.
L’appello a Trump e l’ombra del Blackout
Con l’escalation delle ultime ore e l’oscuramento della rete in molte province iraniane, Pahlavi ha alzato i toni, rivolgendosi direttamente alla Casa Bianca di Donald Trump. Il timore è che il “buio digitale” sia il preludio a una repressione nel sangue simile a quella del 2019. “Non voltatevi dall’altra parte”, è il grido che rimbalza dai suoi canali ufficiali. Il suo obiettivo è chiaro: ottenere il riconoscimento internazionale come interlocutore credibile per una transizione pacifica.
Gli “Accordi di Ciro”: la pace con Israele
Uno dei punti più dirompenti della visione di Pahlavi riguarda la geopolitica mediorientale. Il principe parla apertamente di “Accordi di Ciro”, un richiamo storico alla figura del re persiano che liberò gli ebrei da Babilonia. L’idea è quella di un ribaltamento totale delle alleanze: un Iran democratico che normalizza i rapporti con Israele, trasformando il principale nemico esistenziale in un partner strategico per la stabilità della regione.
Monarchia o Repubblica? Il ruolo di garante
A chi gli chiede se sogni di sedere sul Trono del Pavone, Pahlavi risponde con una cautela democratica che mira a rassicurare anche le frange laiche e repubblicane dell’opposizione:
“Non cerco il potere, cerco la libertà per il mio popolo. Saranno gli iraniani, attraverso un referendum libero, a decidere se il Paese dovrà essere una repubblica o una monarchia costituzionale.”
Il fronte interno: un’opposizione da unificare
La sfida più grande resta però la frammentazione del fronte del dissenso. Sebbene Pahlavi goda di una popolarità crescente tra i giovani nati decenni dopo la rivoluzione del 1979, deve ancora cucire insieme le diverse anime della diaspora e della resistenza interna. La sua figura si pone oggi come l’unico “ombrello” capace di coprire monarchici, riformisti delusi e nazionalisti laici.
L’intervista al WSJ segna un punto di non ritorno: la fine dell’attesa. Per Reza Pahlavi, l’orologio della storia ha ricominciato a correre e il tempo degli Ayatollah, dice, “è ufficialmente scaduto”.






