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La fine dell’innocenza: l’Occidente tra pacifismo ideologico e ritorno della storia

di Domenico Lombardi.

La cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, la guerra russo-ucraina che entra nel suo quarto anno ridefinendo confini e gerarchie, il conflitto israelo-palestinese precipitato ancora una volta nella violenza più arcaica. Questi non sono episodi isolati, crisi regionali da gestire con gli strumenti della diplomazia tradizionale. Sono segnali convergenti di una trasformazione epocale: la storia, che l’Occidente credeva di aver archiviato dopo il 1945, è tornata. E non ha alcuna intenzione di bussare educatamente.

Per decenni l’Europa, e con essa una parte significativa dell’Occidente, ha vissuto dentro un’ideologia pacifista nata da una ferita reale e legittima: l’orrore della Seconda guerra mondiale. Quel pacifismo aveva una funzione storica precisa, vitale. Serviva a impedire il ripetersi dell’abisso. Ma col tempo ha smesso di essere una postura morale vigile ed è diventato una religione civile semplificata, incapace di distinguere tra pace e resa, tra dialogo e rinuncia al giudizio, tra complessità e rimozione. Oggi quella costruzione è esplosa e ci troviamo a fare i conti con un mondo che avevamo smesso di capire.

Dal trauma necessario alla paralisi ideologica

Il pacifismo europeo non è nato per caso. Dopo due guerre mondiali, ottanta milioni di morti, l’Olocausto, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, era non solo giusto ma necessario costruire un ordine basato sul “mai più”. Le istituzioni internazionali, i trattati di cooperazione, l’integrazione europea stessa sono figli di quella determinazione. E hanno funzionato: l’Europa occidentale ha conosciuto il periodo di pace più lungo della sua storia moderna.

Il problema non è stato il pacifismo in sé, ma la sua graduale trasformazione in presupposto ontologico. L’idea che il mondo fosse naturalmente orientato alla cooperazione e che bastasse dichiararlo perché diventasse realtà. Che la superiorità morale potesse sostituire la capacità di difendersi. Che la storia avesse finalmente smesso di essere tragica.

Abbiamo confuso il desiderio con la realtà. Stanchi della violenza, abbiamo creduto che tutti lo fossero. Costruendo il nostro benessere, abbiamo immaginato che gli altri aspirassero allo stesso modello. Proclamando valori universali, abbiamo dato per scontato che fossero universalmente condivisi.Nel frattempo, fuori dal nostro perimetro, accadeva l’opposto. Potenze non occidentali – Russia, Cina, Turchia, Iran, e in modi diversi gli stessi Stati Uniti – continuavano a pensare in termini di forza, territorio, influenza, risorse. Senza complessi di colpa, senza sensi di colpa postcoloniali, senza la necessità di giustificarsi davanti a un tribunale morale immaginario.

Il risultato è stato uno shock cognitivo: l’Occidente ha scoperto di vivere in un mondo che non condivideva il suo linguaggio, né le sue priorità, né la sua idea di limite. E si è sentito tradito, quasi offeso, come se qualcuno avesse violato un patto universale. Ma quel patto lo avevamo scritto noi, per noi, senza mai verificare che altri lo sottoscrivessero davvero.

La crisi interna: valori proclamati, valori traditi

A questo shock esterno si è sommata una crisi interna ancora più insidiosa: l’indebolimento dei valori europei stessi. Non perché fossero sbagliati, ma perché sono stati progressivamente svuotati di contenuto operativo. I diritti umani, la democrazia liberale, lo stato di diritto, il pluralismo sono conquiste straordinarie, frutto di secoli di lotte, riflessioni, sacrifici. Ma le abbiamo trattate come automatiche, irreversibili, scontate. Come se, una volta conquistate, si mantenessero da sole. Non è andata così. Condanniamo violazioni dei diritti umani in Paesi con cui poi firmiamo contratti miliardari. Critichiamo regimi autoritari da cui compriamo gas e petrolio. Parliamo di dignità del lavoro mentre le nostre multinazionali delocalizzano in nazioni dove quella dignità non esiste. Le guerre in Iraq, Afghanistan, Libia hanno destabilizzato intere regioni mentre le politiche del FMI e della Banca Mondiale impoverivano nazioni intere. Ipocrisia economica su scala globale.

Internamente, abbiamo sviluppato una “tolleranza paradossale”: difendiamo la libertà di espressione anche quando viene usata per distruggerla, accogliamo il pluralismo anche di chi lo disprezza apertamente. Vogliamo essere aperti, generosi, rispettosi. Ma questa apertura, portata all’estremo, diventa incapacità di difendere ciò in cui crediamo. L’identità liberale è diventata timida, quasi vergognosa di se stessa, come se affermare i propri principi equivalesse automaticamente a opprimere chi non li condivide.

Il senso di colpa: quando la memoria diventa paralisi

Questa timidezza affonda le radici in quello che possiamo definire il senso di colpa storico permanente. Riconoscere i crimini del colonialismo, dello schiavismo, dell’imperialismo europeo è giusto e necessario. Ma c’è una differenza fondamentale tra un senso di colpa che produce responsabilità e azione, e uno che diventa rifugio emotivo.

Il primo spinge a cambiare il mondo, a costruire relazioni più giuste, a riparare dove possibile. Il secondo serve solo a farci sentire “dalla parte giusta” senza fare nulla di concreto. Diventa una forma di autoassoluzione mascherata da autocritica: “Noi siamo consapevoli dei nostri errori, quindi siamo moralmente superiori”. Ma questa consapevolezza non si traduce in politiche più eque, non cambia i rapporti economici predatori, non mette in discussione il nostro stile di vita. Peggio: è diventato una scusa per non scegliere. Per dire “chi siamo noi per giudicare?” anche davanti a regimi che massacrano il proprio popolo, opprimono le donne, perseguitano le minoranze. Non è umiltà. Non è sensibilità postcoloniale. È paralisi morale travestita da rispetto culturale. Il paradosso è evidente: da un lato, un’élite economica occidentale che continua a sfruttare risorse globali mantenendo rapporti neocoloniali. Dall’altro, popolazioni europee immobilizzate da un senso di colpa che impedisce di difendere i propri valori. Il peggio dei due mondi: ipocrisia economica e impotenza politica.

La lezione brutale delle altre potenze

Mentre l’Occidente si dibatteva in questi dilemmi, altre potenze hanno assunto un ruolo che noi avevamo abbandonato: quello di “attori consapevoli della dimensione tragica della politica”. Russia, Cina, Iran, Turchia – ognuna a modo proprio – ci stanno dando una lezione. Brutale, cinica, spesso inaccettabile sul piano morale, ma innegabilmente reale. Ci ricordano che la pace non è lo stato naturale del mondo, ma una costruzione fragile che richiede costante manutenzione e, quando necessario, difesa. Che la forza conta ancora, anche nell’era digitale, anche nell’era dell’interdipendenza economica. Che i valori non si affermano per proclamazione ma servono strumenti concreti per proteggerli. Che la storia non è finita, e chi smette di pensarla in termini di potenza, territorio, risorse viene semplicemente travolto.

Queste potenze non chiedono il permesso. Non si giustificano. Non si scusano. Agiscono secondo una logica che a noi appare rozza, superata, persino barbarica. Ma è una logica che produce risultati nel mondo reale, mentre la nostra produce dichiarazioni. Non si tratta di ammirarle. Si tratta di riconoscere che viviamo in un mondo dove questi attori esistono e agiscono, e che finché fingeremo che non sia così, continueremo a essere sorpresi, indignati e, soprattutto, impotenti.

La complessità che non possiamo ignorare

Sarebbe un errore simmetrico leggere tutto questo come semplice ritorno della storia contro illusioni pacifiste. La realtà è più complessa e richiede distinzioni importanti. Non tutti i conflitti attuali seguono la stessa logica. La guerra in Ucraina ha radici profonde nell’architettura di sicurezza europea post 1991, nell’espansione della NATO, nelle vulnerabilità democratiche russe, negli errori diplomatici di entrambe le parti. Il conflitto israelo-palestinese affonda in decenni di occupazione, colonizzazione, fallimenti negoziali, estremismi reciproci. Ridurli tutti a “scontro tra pacifismo ingenuo e realismo cinico” significa perdere la specificità di ogni crisi e, con essa, la possibilità di risolverla. L’Occidente non è stato spettatore innocente. Se il pacifismo ideologico è un problema, anche l’interventismo selettivo lo è stato, eccome. Inoltre, esiste un elefante nella stanza: la crisi climatica, di cui molto pochi hanno reale

comprensione al di là dei vari negazionismi. Discutere di “scelte geopolitiche” e “alleanze strategiche” senza considerare che il vero ritorno della storia potrebbe non essere la guerra ma il collasso ecologico è miope. Le società complesse non sopravvivono su un pianeta devastato, indipendentemente dalla loro potenza militare. Su questo fronte la cooperazione internazionale non è un’opzione idealista ma l’unica via di sopravvivenza concreta.

Cosa significa davvero “scegliere”

Resta valida la domanda di fondo: cosa dovrebbe fare l’Occidente? La risposta comoda sarebbe ridurre il nostro tenore di vita, redistribuire risorse su scala globale, cooperare per un mondo più equo. Moralmente attraente ma tragicamente irrealistico in un sistema competitivo, perché in un mondo globale basta un solo attore che rifiuti la cooperazione per vanificare il sacrificio degli altri. Se l’Europa rinuncia al proprio benessere mentre Cina, Russia, India, Stati Uniti continuano a competere ferocemente per risorse e influenza, il risultato non sarà un mondo più giusto ma semplicemente un’Europa più debole e irrilevante. Questo non significa rinunciare a un mondo migliore. Significa capire che non possiamo costruirlo unilateralmente, per buona volontà. La virtù non è contagiosa in geopolitica. La verità essenziale è questa: la neutralità morale, oggi, è impossibile. Non scegliere equivale a lasciare che altri scelgano per noi. E questo significa concretamente:

Riaffermare la non-relatività di certi valori.

La democrazia è meglio della dittatura, lo stato di diritto è meglio dell’arbitrio, i diritti umani sono meglio della loro negazione. Questi non sono giudizi culturalmente relativi, ma conclusioni basate su evidenze storiche verificabili. Le società democratiche producono più benessere, più libertà, più sicurezza per i propri cittadini. Non sempre, non automaticamente, ma statisticamente in modo schiacciante. Dire questo non è suprematismo culturale ma riconoscere che alcune organizzazioni sociali funzionano meglio di altre secondo criteri condivisibili: benessere materiale, libertà personale, sicurezza, possibilità di autorealizzazione.

Abbandonare il relativismo culturale come rifugio.

Non tutte le visioni del mondo sono equivalenti. Alcune producono società dove le donne possono studiare, votare, scegliere la propria vita. Altre no. Alcune tollerano il dissenso. Altre lo schiacciano. Alcune permettono la mobilità sociale. Altre cristallizzano le gerarchie. Rispettare le differenze culturali non significa accettare l’inaccettabile ma riconoscere che esistono principi universali – dignità umana, rifiuto della tortura, diritto all’autodeterminazione – che precedono e trascendono le culture particolari.

Difendere concretamente ciò in cui crediamo.

Non solo a parole ma con investimenti reali in difesa, diplomazia, cultura. Con coerenza nelle alleanze, con la capacità di dire “no” quando necessario, con sanzioni che costano anche a noi, non solo agli altri. Questo non significa militarizzazione indiscriminata o ritorno ai nazionalismi aggressivi, ma costruire una deterrenza credibile che renda la guerra meno probabile, non più facile. Avere forze armate adeguate non per aggredire, ma per non essere aggrediti impunemente.

Fare ordine in casa propria.

Come possiamo esportare democrazia se la nostra è in crisi? Come possiamo parlare di diritti se le disuguaglianze crescono? Come possiamo criticare autoritarismi altrui se tolleriamo derive autoritarie nostre? La credibilità si guadagna con l’esempio, non con la retorica. Serve ricostruire lo stato sociale, combattere la corruzione, ridurre le disuguaglianze, rafforzare l’istruzione pubblica, proteggere l’informazione libera. Tutto questo non è un lusso morale: è il fondamento della nostra capacità di essere rilevanti nel mondo.

I rischi del realismo liberale

Questa posizione ha i suoi pericoli e va praticata con lucidità. Tornare a fare i conti con la forza può degenerare in una nuova corsa agli armamenti, in logiche da Guerra Fredda 2.0, in nazionalismi pericolosi. La linea tra deterrenza credibile e aggressività è sottile. L’ipocrisia selettiva – criticare Putin ma vendere armi ai sauditi, condannare Xi Jinping ma delocalizzare in Cina, parlare di diritti umani ma respingere migranti in mare – cancella ogni credibilità morale. La coerenza non è optional. Riaffermare i propri valori non deve trasformarsi in xenofobia o chiusura identitaria: l’Europa ha una grande tradizione di apertura, scambio, contaminazione, e questa è parte dei nostrivalori, non una minaccia. Concentrarsi solo sulla competizione geopolitica dimenticando crisi climatica, pandemie, regolamentazione dell’intelligenza artificiale significa vincere battaglie perdendo la guerra. Questi macroproblemi richiedono cooperazione, non competizione.

La lucidità come forma di coraggio

Viviamo in un mondo tragico, dove le scelte facili non esistono. Dove ogni decisione comporta costi, rischi, contraddizioni. Dove non possiamo avere contemporaneamente purezza morale e efficacia politica.

La via d’uscita non è nell’ideologia, ma nella lucidità di guardare il mondo per quello che è, non per quello che vorremmo fosse. Riconoscere che i nostri nemici non sono tutti uguali, che i nostri alleati non sono perfetti, che noi stessi non siamo innocenti. Difendere i nostri valori, ma con strumenti adeguati. Cooperare dove possibile, resistere dove necessario. Accettare compromessi quando inevitabili, ma sapendo quali sono le linee rosse invalicabili.

Soprattutto, smettere di credere che proclamare principi equivalga a realizzarli. L’idealismo senza realismo è impotente. Il realismo senza idealismo è cinico. Serve la combinazione di entrambi: visione e strumenti, principi e pragmatismo, memoria storica e capacità di adattamento.

Conclusione: il coraggio della lucidità

Non è una chiamata alle armi. È una chiamata alla responsabilità adulta. Quella che sa distinguere tra pace e resa, tra dialogo e ingenuità, tra umanismo e debolezza, tra senso di colpa costruttivo e paralisi autoindulgente. Il mondo è tornato a essere esplicitamente pericoloso. Ha smesso di fingere che la storia fosse finita, che il progresso fosse lineare, che la ragione trionfasse automaticamente. Ci ricorda che la barbarie è sempre a portata di mano, che la civiltà è una conquista fragile, che la libertà va difesa ogni giorno.

L’Occidente ha vissuto troppo a lungo nell’illusione di aver superato tutto questo. Di essere post- storico, post-ideologico, post-tragico. Le illusioni, per quanto belle, finiscono sempre per scontrarsi con la realtà. E quando lo fanno, il risveglio è brutale. La domanda non è se questa diagnosi ci piace. È se saremo all’altezza di viverci dentro. Se avremo il coraggio di essere lucidi senza diventare cinici, idealisti senza essere ingenui, di difendere la civiltà senza tradirla. Non serve un eroismo spettacolare. Serve quello più raro e difficile: la lucidità quotidiana di chi guarda il reale senza autoinganni, agisce con i mezzi disponibili, mantiene saldi i principi ma adatta le strategie. Di chi, in altre parole, accetta di essere adulto in un mondo che non fa sconti a nessuno. Il tempo dell’innocenza è finito. Ora tocca a noi decidere cosa farne. Ogni giorno che passa senza chiarezza è un giorno in cui altri scelgono per noi.

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