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Cultura

Quando Alice lasciò il paese delle meraviglie e diventò ribelle

Franco Giubilei su La Stampa racconta la rivoluzione delle radio libere italiane. A mezzanotte del 9 febbraio 1976 la chitarra distorta di Jimi Hendrix lacerava l’etere bolognese con la versione elettro-psichedelica dell’inno nazionale americano. Era l’atto di nascita di Radio Alice, l’emittente del “movimento”, come veniva chiamato quel magma di studenti, precari e gruppi extraparlamentari che di lì a poco avrebbe dato filo da torcere al Pci proprio nella città vetrina del comunismo all’italiana, Bologna la rossa. Durò poco più di un anno, perché la sera del 12 marzo 1977, al termine di due giornate di scontri durissimi seguiti all’uccisione dello studente di Lotta Continua Francesco Lorusso da parte di un carabiniere, la polizia fece irruzione nella sede di via del Pratello, mettendo fine a un’esperienza che ha cambiato la storia della comunicazione radio in Italia.

La voce rotta dall’emozione di Valerio Minnella, lo speaker, descriveva in diretta i momenti drammatici in cui gli agenti sfondavano la porta, armi in pugno: «Sono entrati! Sono entrati! Siamo con le mani alzate, ci stanno strappando il microfono…». Poi il silenzio. I “compagni” di Radio Alice, Minnella compreso, vennero arrestati: erano accusati di aver istigato gli incidenti dando indicazioni ai manifestanti con il sistema delle telefonate dei militanti messe in onda durante i disordini. Il giorno dopo, Andrea Zanobetti e altri della radio tornarono nella sede devastata per cercare di riprendere i programmi: «La polizia aveva sfasciato tutto e tagliato il cavo, ma noi siamo riusciti a ricollegare il trasmettitore e in qualche modo abbiamo ricominciato». In questura ovviamente sentirono tutto e rimandarono gli agenti, ma stavolta, chi c’era, riuscì a scappare sui tetti di via del Pratello da un abbaino, prima di trovare rifugio in Francia, inseguiti da accuse pesantissime come l’associazione sovversiva (pena: cinque anni di reclusione). Fra loro anche Franco Berardi detto “Bifo”, cofondatore della Radio e leader del movimento bolognese.

Ed è qui che comincia la storia raccontata nel documentario inedito di François Pain, Radio Alice. Presentato ad Archivio Aperto, il festival organizzato da Fondazione Home Movies-Archivio nazionale del film di famiglia di Bologna, sarà proiettato a marzo prossimo: le riprese mostrano l’incontro dei redattori dell’emittente in esilio a Parigi – Paolo Ricci (autore del libro Alice nella città), Matteo Guerrino, Ambrogio Vitali, Andrea Zanobetti e Franco Berardi – con gli allievi di Felix Guattari, filosofo e psicoanalista francese, fra i seguaci dell’anti-psichiatria, molto vicino ai gruppi dell’estrema sinistra dell’epoca. L’esperienza dell’emittente rivive nelle parole dei suoi protagonisti a cominciare dalla chiusura manu militari: «Un gruppo di intellettuali francesi guidati da Guattari si attivò per denunciare la repressione in Italia e per riflettere sull’esperienza delle radio libere – spiega Bifo -. Ciò portò all’appello firmato da Sartre, Deleuze, Foucault, Kristeva, Sollers e molti altri». Con effetti immediati anche sul panorama radiofonico d’Oltralpe: «In Francia nacquero le prime radio libere, a cominciare da Radio Tomate, animata dallo stesso Guattari e da François Pain».

Il che ci riporta in Italia e al ruolo dirompente di Alice nel nostro Paese nel 1976, l’anno dell’esplosione del fenomeno delle radio libere, quando l’emittente bolognese sperimentava giorno dopo giorno un modo di trasmettere che non si era mai sentito prima, nella realtà ingessata dei due canali di Stato: «Il nostro slogan iniziale era dare voce a chi non l’aveva mai avuta, “chi trasmette a chi?”. Così mandavamo in onda le telefonate di chiunque chiamasse in radio – ricorda Minnella -. Volevamo rovesciare lo schema classico dello speaker che parla al pubblico, della comunicazione monodirezionale». Lo chiamavano «uso sociale e politico della radio», ma nella prassi di Alice, oltre ai programmi militanti, trovava spazio molta musica: rock, jazz, gruppi come Stormy Six e gli Area, accorsi a Bologna per due concerti di autofinanziamento della radio, ma anche classica e modale.

E siccome l’animo dadaista degli artefici di Alice, a cominciare da Bifo, permetteva incursioni mai sentite prima, ecco uno scherzo telefonico clamoroso a Giulio Andreotti nel febbraio ’77, dopo che Panorama aveva pubblicato per errore il numero della sua segreteria: «L’abbiamo chiamato in diretta e Franco (Berardi, ndr) si è spacciato per Umberto Agnelli – racconta Minnella -. Nessuno pensava che ce l’avrebbero passato, invece abbiamo sentito la sua vocina dire “pronto” e Bifo è stato bravissimo a imitare il senatore Agnelli che si lamentava degli operai sempre in corteo. Andreotti ha abboccato e Bifo ha aggiunto: “sono sotto le mie finestre, senta cosa urlano”, al che i compagni della radio si sono messi a urlare “Andreotti tu sei pazzo, la classe operaia non pagherà più un cazzo”. Lui ha capito e ha riattaccato, ma intanto l’aveva sentito tutta Bologna».

Un mese dopo era tutto finito, fra arresti e fughe in Francia, a volte avventurose: Berardi, accusato di istigazione all’odio di classe e associazione a delinquere a mezzo stampa per un articolo uscito sulla sua rivista A/Traverso, passa il confine grazie «a molti amici nelle valli piemontesi che conoscevano i sentieri di frontiera. Poi presi un treno da Briançon fino a Parigi». Arrestato su richiesta del giudice che indagava sulla rivolta bolognese, esce dopo un mese di carcere speciale e resta in Francia per un anno. A proposito del lascito di Radio Alice, parla di «eterogenesi dei fini»: «Si aprì una finestra nella quale poté entrare da un lato la comunicazione diffusa di centinaia di radio libere, ma dall’altro anche la privatizzazione dei media. In un certo senso Radio Alice aprì la strada a Berlusconi, ma era inevitabile che lo spazio della comunicazione venisse sottratto al monopolio di Stato».

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