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“Le Virtù della Repubblica”, alla Domus Mazziniana il libro di Maurizio Viroli

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Roberto Pizzi.

Di Niccolò Machiavelli si appresta il quinto centenario  della  morte, avvenuta  a Firenze il 21 giugno 1527  (era nato nel 1469 nella stessa città). È considerato una autore fondamentale da tutti gli storici contemporanei del Repubblicanesimo. Maurizio Viroli, uno dei massimi studiosi dell’uomo politico fiorentino e delle Repubbliche preunitarie, offre ai lettori  il libro dal titolo Machiavelli repubblicano (Edizioni Laterza, 2026) che verrà presentato alla Domus Mazziniana di Pisa lunedi 9 novembre, alle ore 17,30.  Con l’autore, ne discuteranno i professori Tommaso Greco e Pietro Finelli. L’evento sarà trasmesso anche in diretta sui canali social della Domus Mazziniana.

Sarà interessante questo ulteriore approfondimento del tema proposto dall’autore con il suo nuovo saggio storico, dato che alcuni aspetti importanti del pensiero di Machiavelli sono stati variamente interpretati. Dopo la pubblicazione del Principe il pensiero di Machiavelli ebbe una grandissima risonanza in tutta Europa, suscitando aspre reazioni soprattutto nella chiesa: il cardinale inglese Reginald Pole sostenne che il Principe era stato scritto “col dito di satana”. Nell’Inghilterra di età elisabettiana Machiavelli diventò invece un vero e proprio mito e incarnò il tipo dell’italiano perfido, senza scrupoli orditore d’inganni e delitti. Nell’età della controriforma la polemica contro Machiavelli fece nascere la riflessione sulla ragion di stato e fu proprio in questa fase che fu elaborato il principio “il fine giustifica i mezzi”, sostanzialmente estraneo al pensiero di Machiavelli. Nel ‘700 continuò la sfortuna di Machiavelli, anche se alcuni pensatori illuministi videro nel suo pensiero un’interpretazione utile a svelare ai sudditi il volto più violento e repressivo della tirannide. La stessa interpretazione la ritroviamo nel carme de I Sepolcri di Ugo Foscolo, in cui l’autore preromantico ritiene che Machiavelli abbia voluto denunciare le nefandezze e gli errori dei principati. Giacomo Leopardi vede in Machiavelli un “maestro del nudo vero” che ha insegnato agli uomini a vedere la verità effettiva delle cose. Francesco de Sanctis (1817-1883), critico letterario, storico, Ministro della Pubblica Istruzione del regno d’Italia, sarà uno dei primi studiosi a rivalutare Machiavelli: per lui, l’autore fiorentino era il fondatore della scienza politica moderna ed era il difensore del patriottismo, della libertà e della virtù civile. Federico Chabod sostenne che oltre all’autonomia della politica Machiavelli aveva esaminato con grande lucidità la crisi italiana del ‘500 contrapponendovi un rimedio forte e riponendo grande fiducia nella virtù umana.

Pur nella consapevolezza dei nostri limiti, il giudizio  che in queste righe esprimiamo sul personaggio è  positivo. Ammettiamo che la nostra considerazione può essere influenzata anche dall’apprezzamento che Machiavelli fece delle istituzioni politiche di Lucca, dove verificò di persona che il più alto potere esecutivo dello Stato non aveva un’assoluta “autorità sopra i cittadini” e che nella nostra città, grazie al suo ordinamento politico, sussisteva un’amicizia,  un senso del dovere, una fierezza repubblicana sconosciute ai sudditi di un monarca, di un principe o di un papa i quali imparavano l’arte di vivere da servi: nella Repubblica, sintetizzava il pensatore fiorentino, si imparava l’arte di vivere da cittadini.  Nel tempo la conservazione di questa tradizione, sotto l’aspetto etico, avrebbe permesso poi lo sviluppo del  pensiero degli scrittori dell’Illuminismo, come  Voltaire,  Diderot,  D’Alembert,  Rousseau, che dettero vita all’Encyclopédie, non a caso  ristampata – per prima in Italia – proprio nella Lucca repubblicana,  per opera di Ottaviano Diodati.

Ma il nostro istintivo apprezzamento per Machiavelli è soprattutto motivato dal fatto di ritenerlo, in fondo, un uomo sincero che  per correre dietro al sogno dell’unità nazionale aveva commesso forse delle ingenuità. Difetti, però, che ce lo  rendono amabile e che lo fanno distinguere dal Guicciardini suo coevo. Machiavelli aveva riscattato il suo cinismo con qualche ideale: per correre dietro all’allora impossibile sogno dell’unità nazionale aveva commesso quelle ingenuità, ma nelle sue  parole si sente vibrare l’accento di una nobile  passione. In quelle di Guicciardini, anch’egli grande pensatore politico suo  coevo, no: “il cinismo che predicava,  lo praticava con convinzione; egli era duro, arido, calcolatore”, teorico dell’interesse privato detto del “particulare”. 

E proprio Francesco De Sanctis, sopra citato, diceva che non era “l’ingegno, ma il carattere e la tempra che salva(va) la nazione” e che la colpa del mancato senso civico degli italiani non era di Machia, ma “dell’uomo del Guicciardini” pronto a sacrificare “tutto quello che stimola gliuomini ad atti magnanimi e fa nazioni grandi”.

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