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Economia

Tasse di qua e tasse di là, c’è chi vuole abolirle

Riccardo Illy su InPiù parla di tasse. Il primo leader politico a lanciare le campagne per la riduzione (o abolizione) delle “tasse” fu Silvio Berlusconi. Nel 2008 varò il provvedimento più spettacolare, l’abolizione dell’ICI sulla prima casa (non di lusso); imposta (divenuta IMU) reintrodotta dal Governo Monti nel 2012 e definitivamente abolita da Renzi un anno dopo. Adesso è la volta di un’altra tassa (questa volta il termine è corretto) altrettanto odiata, quella sul possesso degli automezzi (non di lusso). Misura annunciata alcune settimane fa dalla Premier Giorgia Meloni che diventerà definitiva con l’approvazione della legge di bilancio. Anche se tassa e imposta vengono usati come sinonimi, va ricordato che la prima dovrebbe essere un tributo che copre il costo di un servizio, proporzionale al suo costo; la tassa automobilistica dovrebbe servire a coprire i costi delle strade non a pagamento (come le autostrade). Le imposte sono invece tributi che gravano sul reddito in maniera proporzionale alla capacità di produrlo, secondo la costituzione dovrebbero essere progressive (e la flat tax?) e servire a sostenere il costo dei servizi pubblici indivisibili come difesa, sicurezza, giustizia.
 
Le svariate diminuzioni di tributi introdotte negli ultimi decenni non hanno fatto cambiare di molto la pressione fiscale complessiva in Italia, che oscilla attorno al 43%. I vari interventi sono stati ispirati più da obiettivi elettorali che da una effettiva volontà di ridurre la pressione fiscale; ciò spiega perché siano stati di volta in volta individuati tributi particolarmente invisi alla popolazione, come IMU (che dovrebbe però finanziare i servizi erogati dai Comuni) e Tassa Automobilistica (detta anche Bollo Auto). In Italia esistono però altri tributi, come l’imposta di registro o i bolli, particolarmente odiosi e che non hanno alcuna caratteristica selettiva (le pagano tutti a prescindere dal reddito) né una proporzionale controprestazione da parte dello Stato. In particolare, l’imposta di registro sui contratti di affitto ordinario colpisce le persone dai redditi più bassi che, abitualmente, non hanno i mezzi per acquistare la casa; e grava (2%) sull’intero importo e durata dell’affitto. Non si applica nel caso di utilizzo della cosiddetta cedolare secca. Anche sui contratti di compra-vendita grava l’imposta di registro ma su questa il legislatore è intervenuto per modularla e alleggerirla nel caso di prima casa e case non di lusso. L’imposta di registro (con aliquote comprese fra 0,5 e 9%)  si applica (o applicherebbe, perché esistono leciti sistemi per eluderla) su un’ampia pletora di contratti di varia natura. È una gabella di origine medievale che, anche se presente in altri paesi occidentali, soprattutto nell’era digitale che ha quasi annullato i costi di gestione dei registri, andrebbe ripensata. Un suggerimento per la prossima legge di bilancio.  

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