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Il dopo Maduro tra potere dei clan e protettorato americano

di Ariel Piccini Warschauer.

Le strade della capitale venezuelana offrono oggi un’immagine di calma apparente, ma dietro le spesse mura di Palazzo Miraflores e dei fortini militari di Fuerte Tiuna si sta giocando una partita brutale per la successione. Dopo la rimozione forzata di Nicolás Maduro (nella foto) e il suo trasferimento a New York per il processo per narcoterrorismo, il Venezuela non si è svegliato democratico. Si è svegliato frammentato, diviso in una lotta tra clan. 

Il vuoto lasciato dall’uomo che ha guidato il Paese per oltre un decennio non è stato riempito dalle istituzioni, ma dalle “famiglie” – le dinastie politiche e militari che per anni hanno costruito un sistema di potere impenetrabile.

I Rodríguez: gli strateghi della sopravvivenza

Il volto del potere istituzionale oggi ha i tratti di Delcy Rodríguez. Nominata Presidente ad interim da un Tribunale Supremo che cerca disperatamente di salvare la forma costituzionale, Delcy non è sola. Accanto a lei agisce il fratello Jorge, il vero architetto politico del regime. I Rodríguez rappresentano l’ala diplomatica: sono loro a gestire il dialogo (spesso sotterraneo) con Washington e con l’amministrazione Trump. La loro missione è chiara: preservare la struttura dello Stato chavista accettando, se necessario, il sacrificio dei vertici pur di mantenere il controllo burocratico ed economico.

Il Clan Cabello e l’ombra delle milizie

Se i Rodríguez sono il volto pubblico, Diosdado Cabello resta il braccio armato del Partito. Nonostante la caduta del suo alleato-rivale Maduro, Cabello controlla ancora i gangli vitali del PSUV e, soprattutto, l’intelligence del Sebin. Il suo “clan” familiare e politico è quello più ostile alla presenza americana. Per gli analisti, Cabello è il garante dei colectivos, le milizie paramilitari che controllano i quartieri popolari. La sua è una sfida di resistenza: se Delcy negozia, Diosdado minaccia.

La casta dei Generali: l’incognita Padrino López

Nessuna transizione sarà possibile senza il via libera di Vladimir Padrino López. Il Ministro della Difesa comanda una “famiglia corporativa” più che biologica: quella dei generali che controllano non solo le armi, ma l’oro, il cibo e i porti. I militari venezuelani sono oggi un’azienda prima che un esercito. Il loro potere risiede nella capacità di garantire la stabilità necessaria agli Stati Uniti per riprendere l’estrazione di petrolio, in cambio di un’impunità che la comunità internazionale fatica ad accettare.

Il “Protettorato” e l’Opposizione in attesa

Sullo sfondo, l’ombra ingombrante degli Stati Uniti. Con l’annuncio di una gestione diretta delle infrastrutture critiche coordinata da figure come Marco Rubio, il Venezuela è diventato, de facto, un protettorato energetico. In questo scenario, l’opposizione democratica di María Corina Machado vive un momento di attesa forzata. Il popolo la acclama, ma il potere reale – quello che firma i decreti e controlla i pozzi petroliferi – resta nelle mani di chi ha saputo cambiare pelle all’ultimo istante.

Il Venezuela del 2026 è un Paese dove la democrazia resta una promessa sospesa, mentre le vecchie famiglie del chavismo e i nuovi attori internazionali si spartiscono le spoglie di uno Stato da ricostruire. La domanda che agita le cancellerie di tutto il mondo è una sola: la caduta del dittatore segnerà la fine del sistema o solo un cambio di gestione?

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