Blog - Stefano Bisi
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Esteri

In Israele si è celebrata la festa della democrazia e da noi restano le vedove in gramaglie

Claudio Velardi sul Riformista scrive che l’altro ieri Israele ha celebrato la sua festa della democrazia: quasi 5,7 milioni di persone in fila ai seggi, la partecipazione più alta dal 1999. Dopo tre anni di guerra, dopo il 7 ottobre, dopo i missili iraniani e gli ostaggi, le telecamere ci hanno mostrato i seggi di Tel Aviv, dei kibbutz, delle campagne, comprese le scene commoventi degli arabi israeliani, un quinto della popolazione, che hanno votato come mai prima. Cittadini arabi di uno Stato ebraico che eleggono liberamente i propri deputati, mentre a pochi chilometri questo diritto è negato ai loro fratelli.

Fatevi un giro in quel pezzo di mondo. In Egitto comanda un generale eletto con percentuali sovietiche; in Giordania il potere resta al re; in Siria il nuovo padrone ha organizzato solo elezioni indirette; in Libanoil Parlamento si è prorogato da solo il mandato; a Teheran si vota tra candidati filtrati dagli ayatollah; nel Golfo non si vota. E a Gaza?L’ultima elezione è del 2006, vinse Hamas e da allora stop alle urne. Abu Mazen, alla guida della fantomatica Autorità nazionale palestinese, è al ventunesimo anno di un mandato che doveva durarne quattro. Basterebbe questo a chiudere ogni dibattito. Intorno a Israeleche celebra la democrazia si estende il deserto del diritto e della civiltà. Ora, spenti i riflettori, comincia il lavoro. Nessuno ha i 61 seggi per governare. Il Likud è il primo partito, il blocco di Netanyahu ha 53 seggi, quello di Eisenkot 48, i partiti arabi sono a 19. Il presidente Herzog affiderà l’incarico a chi avrà più possibilità di formare un esecutivo, con una procedura lunga e complessa. Lenta, faticosa, esasperante: si chiama democrazia parlamentare, chi la trova troppo complicata può rivolgersi ai modelli sbrigativi citati sopra.

Nel frattempo qui da noi resta vuota la camera ardente già allestita per Bibi. Da settimane i nostri commentatori avevano già ordinato le corone. Poi il brusco risveglio, con il Likud ancora primo partito e Netanyahu tutt’altro che fuori dai giochi. Il funerale era perfetto, il morto non si è presentato. La verità è che politici ed editorialisti italici non parlavano di Israele, di cui sanno poco o niente. Parlavano dell’Italia, delle nostre asfittiche contese di cortile, dove Bibi è da anni un feticcio utile per regolare conti interni ai partiti, per solleticare la pancia del Paese, per accodarsi all’esercito conformista e incolto dei pro-Pal, quelli che ripetono a macchinetta che Israele è uno Stato fascista e genocida con la stessa cognizione di causa con cui ordinano un kebab. Peccato che quello Stato fascista abbia portato alle urne otto cittadini su dieci, arabi inclusi, con un risultato così incerto da imporre settimane di negoziati. Uno strano fascismo, con il dittatore che si gioca la poltrona a ogni elezione e l’opposizione che riempie le piazze senza prendere una manganellata. Aspettiamo che qualche cattedratico in kefiah ci illumini sul bizzarro paradosso. Ma è inutile infierire. Loro sono in lutto non per il risultato, ma per il voto in sé. Una democrazia che litiga, si divide e conta le schede disintegra la loro narrazione meglio di qualsiasi editoriale. Alle vedove in gramaglie resta il tifo per il deserto che circonda Israele, dove il rischio del voto non si corre.

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