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Cultura

Un libro prezioso contro il disamore dei nostri anni

woman in the bookstore selecting books

Luciano Luciani.

Ci interroghiamo spesso su quali siano le percezioni che gli italiani hanno degli immigrati: non siamo lontani dal vero se parliamo di un generico senso di preoccupazione per le diversità che vanno dal colore della pelle alle barriere linguistiche, dai difformi comportamenti in materia religiosa e alimentare fino al modo di concepire i rapporti con gli altri, con la famiglia in particolare. Possiamo parlare di un vago timore che non esclude anche un sentimento di pena che spesso si trasforma in solidarietà per quelle vite, segnate nel corpo e nella psiche, dalla vicenda epocale, biblica dell’emigrazione di massa.

Ci siamo mai chiesti però che cosa pensano di noi gli immigrati? Quali le loro impressioni e i loro sentimenti riguardo alla società, alle donne e agli uomini, che bene – e più spesso male – si sono adoperati per accoglierli? Provano a rispondere a tale domanda relativamente alla comunità senegalese in Italia due Autori: Penda Thiam, giornalista freelance e scrittrice senegalese e Giuseppe Cecconi, scrittore e sociologo toscano, sulle pagine di un importante, piccolo libro Il cielo sopra Ibrahima, edito dalla benemerita Giovane Africa Edizioni: un singolare, succinto compendio di tutto il male –  e per fortuna anche del bene – di cui molti di noi sono stati capaci in terra di Toscana. Noi chi? Noi tubab, il termine con cui i senegalesi sono soliti indicare l’uomo bianco connotato dal suo “ostentato senso di superiorità; il suo sentirsi più intelligente; l’attaccamento esagerato alle cose; la sua insicurezza…; il suo modo tracotante di agire quando è sotto l’influenza dell’alcol; il suo rifiuto dell’idea della morte” (p. 5) E cosa dire, poi, della sua totale incapacità di donarsi con pienezza, con generosità agli altri? Senegalesi, dunque, versus italiani? No, assolutamente, anche se il volumetto non lesina nei confronti dei nostri connazionali della contemporaneità condivisibili spunti critici e umori polemici. Comunque, per fortuna, nonostante le diversità culturali e le differenze di sensibilità non sono stati rari i casi di tubab – religiosi, insegnanti, professionisti, amministratori della cosa pubblica, volontari e attivisti di Ong e, financo, uomini in divisa – che sono stati protagonisti di gesti, anche reiterati nel tempo, veri e propri piccoli miracoli di accoglienza, condivisione e solidarietà: uomini e donne angeli necessari, annunciatori, magari a loro insaputa, di un mondo migliore a venire. Tutte persone che, andando oltre le loro mansioni oppure reinterpretandole con una scheggia di regalo di sé, hanno contribuito, almeno in parte, a sanare ferite sociali antiche e recenti. Ora, se, come scriveva il compianto scrittore e giornalista Alessandro Leogrande (1977-2017), “un libro funziona davvero quando introduce un nuovo sguardo sul mondo, quando mette insieme punti apparentemente slegati tra loro, quando fa intravedere un nuovo ordine del discorso, quando rivela sotto nuova luce qualcosa che era sotto gli occhi di tutti”, ebbene le dense pagine, neppure settanta, di Penda Thiam e Giuseppe Cecconi agiscono proprio in tale direzione. Ovvero combattono il colonialismo peggiore: quello che conquista i cuori, ottunde i sentimenti e, cosa più grave di tutte le altre, spegne la ragione.

Per questo Il cielo sopra Ibrahima è un libro prezioso. Da leggere e far leggere!

Penda Thiam – Giuseppe Cecconi, Il cielo sopra Ibrahima, come gli immigrati giudicano gli italiani, Giovane Africa Edizioni, Fornacette di Calcinaia (Pi), settembre 2025, II edizione, pp. 70, Euro 8,00

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