La vittoria degli studenti in Serbia che cosa insegna agli altri paesi
Alessandro De Angelis su La Stampa analizza il significato politico e generazionale della vittoria del movimento studentesco in Serbia, nato dalla protesta contro il nazionalismo, la corruzione e l’autoritarismo. Per l’autore, la mobilitazione rappresenta una svolta democratica che va oltre i confini del Paese, dimostrando come una società possa riappropriarsi dello spazio pubblico e sfidare un potere incapace di rispondere alle aspirazioni dei cittadini. La protesta serba, esplosa dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad nel 2024, con sedici vittime, viene inserita in un fenomeno più ampio di mobilitazione giovanile. Dalla Francia alla Spagna, dall’Italia al Portogallo, fino all’Albania e ad alcuni Paesi asiatici, De Angelis individua un comune sentimento di precarietà esistenziale, alimentato dal carovita, dalle disuguaglianze, dalla crisi abitativa e dalla sfiducia verso le istituzioni. A unire queste proteste non è un’ideologia condivisa, ma l’appartenenza a una generazione cresciuta tra austerità, pandemia, crisi climatica e guerre. I social network diventano strumenti di aggregazione e mobilitazione, mentre le rivendicazioni riguardano soprattutto bisogni essenziali come casa, scuola, sanità e salari. Per De Angelis, la sfida sarà capire se il movimento serbo saprà trasformare la protesta in capacità di governo. Il suo successo costituisce però anche un monito per le classi dirigenti europee, soprattutto progressiste: senza recuperare un rapporto con le nuove generazioni e le loro richieste di futuro, le democrazie rischiano di aggravare la propria crisi di rappresentanza.





