Il lavoro resta la priorità degli italiani ma il nodo è il potere di acquisto
Nando Pagnoncelli su InPiù scrive che il lavoro resta la priorità degli italiani ma il nodo è il potere d’acquisto. L’ultima rilevazione mensile di Ipsos sulle priorità degli italiani restituisce l’immagine di un Paese che continua a sentirsi economicamente vulnerabile. Il lavoro si conferma il principale problema nazionale, indicato dal 42% dei cittadini, davanti a sicurezza (35%), sanità (33%) e immigrazione (31%). Subito dopo si colloca la perdita del potere d’acquisto (29%), un tema che negli ultimi anni è diventato sempre più centrale nelle preoccupazioni delle famiglie. A prima vista il primato del lavoro potrebbe apparire sorprendente. Oggi il mercato occupazionale presenta infatti condizioni decisamente migliori rispetto a quelle registrate durante le grandi crisi economiche del passato. Eppure, il lavoro continua a occupare il primo posto nell’agenda degli italiani. La spiegazione è che la questione non riguarda più soltanto la disponibilità di un impiego, ma la sua capacità di garantire sicurezza economica e prospettive di vita adeguate. Sempre più spesso, infatti, il problema del lavoro coincide con il problema del reddito. Avere un’occupazione non significa necessariamente riuscire a mantenere il proprio tenore di vita. La diffusione del lavoro povero, la crescita delle forme di impiego meno tutelate e la difficoltà dei salari a tenere il passo con l’aumento dei prezzi alimentano una sensazione di fragilità che attraversa ampi settori della popolazione. Non a caso, accanto a chi indica genericamente il lavoro tra le principali priorità, una quota significativa richiama esplicitamente il tema dei bassi salari.
La chiave interpretativa di questo fenomeno è il caro vita. Al centro di questa dinamica vi sono soprattutto i costi dell’energia e dei carburanti, che hanno un effetto particolarmente insidioso perché si trasmettono a gran parte delle altre voci di spesa. Quando aumentano elettricità, gas e carburanti, crescono infatti anche i costi della mobilità, del riscaldamento, della produzione industriale e della distribuzione delle merci, contribuendo ad alimentare ulteriori rincari. Per i cittadini, il prezzo della benzina e quello delle bollette rappresentano indicatori immediati e visibili dello stato dell’economia. Mentre altri dati economici possono apparire astratti, il costo di un pieno di carburante o di una bolletta viene percepito direttamente e influenza concretamente le scelte di consumo delle famiglie. Per questo l’aumento dei costi energetici produce spesso un impatto sulla percezione economica più forte di quanto suggeriscano gli indicatori macroeconomici. Il risultato è una crescente distanza tra la sensazione di benessere delle persone e alcuni dati positivi sull’andamento dell’occupazione. Se il numero degli occupati aumenta, ma i salari reali non crescono allo stesso ritmo dei prezzi, molti cittadini continuano a sentirsi più poveri o, quantomeno, meno tranquilli rispetto al passato. La preoccupazione per il lavoro diventa così il riflesso di un’insicurezza economica più ampia, legata non tanto al rischio di non lavorare quanto a quello di lavorare senza riuscire a migliorare la propria condizione, in un contesto nel quale il tema del costo dell’energia si aggiunge a quello dei salari fermi.





