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Economia

Come si governava ieri, come si potrebbe governare oggi

Stefano Bisi.

Una riflessione di Pierluigi Piccini su come si governava Siena al tempo “di prima” e sul metodo da seguire oggi e domani fa ritornare in mente la definizione di groviglio armonioso, quel sistema di enti, associazioni e persone che per secoli ha fatto crescere il territorio senese e le sue istituzioni. Quel Sistema è crollato quando sono venuti a mancare i partiti che abbiamo conosciuto nel Novecento, dove si discuteva nelle sezioni, nelle federazioni e nei comitati provinciali, e anche le associazioni di categoria e i sindacati hanno perso molto del loro smalto. Con la loro mutilazione è crollato il metodo e i grandi risultati conseguiti nel corso di secoli non sono ripetibili e c’è da conservare il conservabile e adattarlo ai tempi. Piccini scrive che “il modo senese di governare si è formato in un’epoca di abbondanza. Quando ci sono risorse da distribuire, governare significa soprattutto assegnare: decidere chi riceve, quanto e per che cosa. In questo contesto la qualità più richiesta a una classe dirigente è la capacità di mediare e di tenere insieme gli interessi. Il sistema funzionava perché le stesse reti di persone attraversavano il Comune, la Fondazione, la banca, l’università e le associazioni. Questo garantiva coordinamento e rapidità, ma riduceva i controlli reciproci e la capacità di riconoscere gli errori. Ciò che è stabile e familiare smette di essere messo in discussione”.

Poi, aggiunge Piccini, “quando le risorse vengono meno, quel modo di governare non funziona più. Governare non significa più distribuire, ma scegliere: dire dei no, stabilire priorità, rinunciare a qualcosa per ottenere altro. È un mestiere diverso, che richiede visione di lungo periodo, capacità di costruire alleanze fuori dal proprio recinto e disponibilità ad affrontare apertamente i conflitti. Siena non ha ancora compiuto questo passaggio. La sua classe dirigente, di qualunque colore, continua a usare gli strumenti dell’epoca dell’abbondanza: mediazione, rinvio, attenzione agli equilibri interni più che agli obiettivi. Ne deriva una paralisi che non dipende dall’incapacità dei singoli, ma da un’abitudine mentale costruita in un altro tempo”.

Poi il punto centrale della riflessione di Piccini: “A questo si aggiunge la dispersione dei centri di decisione. Un tempo il sistema senese aveva un baricentro. Oggi le scelte che contano per la città sono divise tra soggetti che non rispondono gli uni agli altri: lo Stato, la Regione, l’Unione europea, l’università con la sua autonomia, la sanità regionale, le fondazioni, i grandi gruppi privati con sede altrove. Ognuno persegue legittimamente i propri fini, ma nessuno ha il compito di comporli in un disegno comune. Il Comune, che dovrebbe farlo, ha poteri limitati e risorse scarse, e finisce per occuparsi della gestione ordinaria. Siena ha molte istituzioni forti, ma nessuna regia”. Il baricentro di cui parla Piccini non c’era neppure prima, non era il Comune e neppure il potentissimo Monte dei Paschi, ma il baricentro era proprio la rete delle istituzioni e dell’associazionismo, dalle contrade al volontariato, dal sindacato alle categorie. La rete era il groviglio armonioso, quello che manca ora, e le singole istituzioni non sono forti e così spuntano persone e personalità che arrivano in un posto importante senza la necessaria gavetta fatta nei partiti e nelle associazioni.

I casi più eclatanti degli ultimi tempi sono il sindaco Nicoletta Fabio, brava sul Monte dei Paschi e modesta sul resto, e il presidente della Fondazione Monte dei Paschi Riccardo Coppini, catapultati sulle poltrone di comando rispettivamente dalla cattedra di un liceo e dalle scrivanie di notaio e delle Pie Disposizioni. Soprattutto Coppini ha mostrato i limiti del suo agire con la fuga in avanti sull’opas di Intesa Sanpaolo che ha messo in difficoltà deputati della Fondazione Mps ed enti nominanti. Se ci fossero stati i partiti di un tempo non sarebbe avvenuto e, se fosse successo, a quest’ora Coppini sarebbe tornato a fare il notaio a tempo pieno. E anche Antonveneta, se ci fossero stati i partiti capaci di dire no a chi “consigliava” l’acquisto, non sarebbe entrata nella galassia Monte dei Paschi a quel prezzo e oggi, forse, racconteremmo un’altra storia. Italiana. Di successo.

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