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A proposito dei recenti incidenti di Milano e non solo

Luciano Luciani.

Cresciuti ad overdose di televisione, carne da social, da discoteca o da curva sud, aspiranti pueriaeterni con poca o punta voglia di crescere, gli adolescenti ci appaiono oggi ristretti in una condizione di sofferenza e solitudine quale mai, forse, si è data prima. Perdita di senso e male di vivere sembrano costituire oggi – sia pure con corpose eccezioni – la ‘cifra’ per interpretare la condizione comune diffusa tra gli adolescenti e gli “under venti” e dintorni… Credo, per essere stato per molti anni insegnante nella scuola pubblica, di non trovarmi troppo lontano dalla verità quando sostengo che la marginalità, il disagio, la esclusione, l’abitudine alle sostanze, la disoccupazione, che contraddistinguono tanta parte della condizione giovanile contemporanea trovano alimento anche nella mancanza dell’alfabeto, della scrittura, delle ‘parole per dirlo’, intese come strumento della relazione, dello scambio, della crescita civile e culturale, della partecipazione. Non sono solo i numeri e i riscontri di ricerche ancora parziali, ma comunque tali da prefigurare inquietanti scenari possibili, a preoccupare: sono piuttosto le storie di ordinaria violenza metropolitana che punteggiano le nostre cronache, i segnali di una nuova barbarie diffusa e ‘normale’ che trovano sempre nella deprivazione culturale il loro ‘brodo di coltura’. Non riusciamo ancora a quantificarlo in dati precisi… Eppure sentiamo, sappiamo che quando viene meno la capacità di leggere, di scrivere, la straordinaria carica liberatrice ed emancipatrice del libro, del giornale, dell’alfabeto, della scrittura, della parola, allora si preparano davvero tempi bui. Anche Pinocchio, il celeberrimo personaggio di Carlo Lorenzini, del quale proprio in questo 2026 si celebra il bicentenario della nascita, da burattino non si trasforma in bambino in carne e ossa solo quando impara a leggere e scrivere?

Sempre meno numerosi, sempre più silenziosi, i giovani e giovanissimi abitatori dei tempi attuali, ci appaiono sempre più sconfitti perché progressivamente più poveri di alfabeto e di parole. E le parole sono importanti, addirittura decisive nell’inedita temperie storico/culturale di questo primo trentennio del millennio nuovo. L’aveva capito un autore come Stefano Benni, purtroppo scomparso da poco, quando nel suo romanzo più bello, Comici spaventati guerrieri, scrive: “Nostro compito Lucia è impedire che ci rubino le parole e magari nutrire le nuove. A nessuno verrà mai rubato il tesoro delle parole, della scrittura. Una delle poche libertà, si ricordi”. 

Tocca agli adulti – amministratori pubblici, intellettuali, politici, insegnanti, genitori… – progettare e tradurre in operatività un grande piano educativo che abbia come scopo quello di riavvicinare i giovani alla parola: da leggere, da scrivere, con cui giocare, di cui finalmente appropriarsi… Insomma, non lasciamoli soli questi giovani: perché non dimentichiamo che le grandi fregature della storia nascono sempre dalla solitudine dei giovani e dalla diserzione dei vecchi.

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