Se Meloni non firma il decreto per versare un miliardo ai magistrati
Luciano Panzani su InPiù scrive sulla presidente Meloni che ha annunciato che non darà esecuzione alla sentenza del Consiglio di Stato che condanna lo Stato a versare ai magistrati gli arretrati maturati sull’adeguamento delle loro retribuzioni al costo della vita. Si tratta, ha detto in sostanza, di quasi un miliardo, mentre è persino difficile trovare le somme molto più modeste per far fronte alle richieste degli autotrasportatori per ilcaro carburante. Se i magistrati lo vorranno e non comprenderanno la difficoltà del momento, potranno chiedere la nomina al Consiglio di Stato di un commissario ad acta che si sostituisca al Governo. La ANM è insorta e lamenta in un suo comunicato la gravità della decisione. Si osserva, correttamente, che gli adeguamenti automatici della retribuzione dei magistrati alla media degli aumenti del pubblico impiego nel triennio di riferimento sono previsti dalla legge, all’espresso scopo di evitare che i magistrati debbano svolgere attività sindacale a garanzia delle retribuzioni, iniziativa che ne potrebbe compromettere la terzietà. Intanto sia i magistrati sia altre fonti ci dicono che gli aumenti non valgono un miliardo di euro, ma corrispondono a somme molto più modeste. La cifra di un miliardo sarebbe frutto di esagerazioni, forse strumentali. Il credito maturato è il risultato di un errore compiuto dal Governo Draghi nel calcolo dell’adeguamento della retribuzione. Non sarebbero stati conteggiati alcuni aumenti del settore del pubblico impiego.
E’ certamente sconcertante che il Governo possa dichiarare che non intende dare esecuzione ad un provvedimento del Consiglio di Stato e negare un diritto riconosciuto da una sentenza. Immediatamente viene in mente che il Governo abbia voluto colpire i magistrati e l’ANM dopo la sconfitta sul referendum. Va peraltro detto che le difficoltà di bilancio sono effettive e reali, come possiamo riscontrare ogni giorno. Anche le consuete richieste della politica in vista delle elezioni politiche sono state in gran parte ridimensionate e non hanno trovato sponda nel Ministro Giorgetti, se non in misura minima. Nella sostanza il Governo si è comportato come un debitore insolvente, che dice al creditore: ora non posso pagarti, se non ti va bene fammi causa. Il commissario ad acta è lo strumento per obbligare la PA renitente a riconoscere un diritto. Avremmo preferito un appello al senso di responsabilità della magistratura ed un invito a pazientare, ovvero un pagamento parziale, soprattutto se davvero l’importo da pagare fosse stato esagerato ad arte.





