Venezuela, quando cade il diritto nessuno è al sicuro
di Marco Simiani.*
È innegabile che Nicolás Maduro rappresenti un dittatore che, nel corso degli anni, ha progressivamente smantellato ogni principio democratico, politico, sociale e sindacale del Venezuela. Un regime non riconosciuto da gran parte della comunità internazionale, che ha soffocato e represso ogni forma di opposizione, di partecipazione democratica e di libertà civile.
Eppure, come ho ribadito più volte, una scelta sbagliata non rende giusta un’altra.
Per questo quanto accaduto ieri, nelle prime ore del mattino, ora italiana, con l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela e l’arresto del presidente Maduro e di sua moglie, ha suscitato in me una profonda preoccupazione. Un’azione compiuta senza alcun coinvolgimento dei Paesi del Patto Atlantico, senza il mandato delle Nazioni Unite e, soprattutto, senza una riflessione collettiva su quale potesse essere una soluzione credibile e condivisa per accompagnare una transizione democratica nel Paese.
Quello che è avvenuto non può essere letto in alcun modo come una tutela del diritto internazionale. Al contrario, ne rappresenta una grave violazione e apre un precedente estremamente pericoloso. Un precedente che mette a rischio gli equilibri mondiali, perché legittima l’idea che una potenza possa rovesciare un governo sovrano in modo unilaterale, senza un percorso multilaterale e senza garanzie per la popolazione civile.
A rendere ancora più fragile e controversa questa operazione è la motivazione addotta della lotta al narcotraffico. Una battaglia che certamente deve impegnare la comunità internazionale, ma che appare del tutto strumentale alla luce anche delle indiscrezioni riportate dal New York Times su una possibile trattativa per un “esilio dorato” in Turchia offerto da Trump a Maduro. Tutto questo rende evidente un escamotage debole e privo di credibilità, che finisce per svelare le vere ragioni dell’intervento e gli interessi strategici dell’amministrazione Trump in Venezuela, legati in modo evidente alle materie prime e al petrolio.
Il Venezuela detiene infatti le maggiori riserve di petrolio accertate al mondo, oltre 300 miliardi di barili, pari a circa il 18 per cento delle riserve globali, concentrate in larga parte nella fascia dell’Orinoco. Per comprendere la portata di questi numeri basta un confronto: Venezuela 303 miliardi di barili, Arabia Saudita 267 miliardi, Iran 209 miliardi, Canada 163 miliardi, Iraq 145 miliardi.
Dati che chiariscono cosa sia realmente in gioco e quali possano essere le conseguenze economiche e geopolitiche di un’azione così avventata.
Il nodo politico centrale, però, va ben oltre il caso venezuelano. Questa azione crea un precedente gravissimo perché rimuove ogni freno e ogni inibizione, soprattutto per potenze come Cina e Russia, legittimando di fatto invasioni e attacchi contro altri Stati senza alcun coinvolgimento o mandato delle Nazioni Unite.
A rendere il quadro ancora più inquietante sono state le dichiarazioni rilasciate nella conferenza stampa successiva. Trump e il suo staff hanno affermato che sarà l’amministrazione statunitense a governare il Venezuela, senza chiarire modalità, tempi, garanzie democratiche o il rapporto con i cittadini venezuelani. Hanno inoltre lasciato intendere che la forza militare degli Stati Uniti possa rimettere in discussione assetti storici e regionali consolidati.
Un messaggio pericolosissimo, che non riguarda solo il Venezuela, ma l’intera area latinoamericana, da Cuba ai Paesi confinanti.
Di fronte a questo scenario, la domanda diventa inevitabile: quali sono le alternative?
È ormai evidente che l’erosione del multilateralismo e la debolezza degli organismi internazionali stanno producendo un mondo sempre più instabile. Le grandi crisi che stiamo vivendo, dal conflitto russo ucraino alla tragedia palestinese, fino a quanto sta accadendo oggi in Venezuela, sono anche il risultato dell’incapacità della comunità internazionale di agire in modo collegiale e tempestivo.
Quando il mondo rinuncia alla forza del diritto internazionale e alla collegialità delle decisioni, prevale la legge del più forte. Ed è esattamente questo che dobbiamo evitare.
In questo quadro ritengo importante sottolineare l’apprezzamento per la posizione assunta da Elly Schlein, che ha scelto la strada della cautela, del confronto e del coinvolgimento di tutta la segreteria nazionale per affrontare una crisi internazionale di questa portata. È un approccio serio e responsabile, che dimostra quanto sia necessario tenere insieme fermezza sui valori democratici e rispetto delle regole multilaterali.
Credo infatti che sia arrivato il momento in cui l’Europa debba affermare con decisione una propria posizione politica autonoma, capace di rilanciare una nuova governance globale. Una governance fondata sul multilateralismo, sulla centralità delle Nazioni Unite, sulla tutela dei diritti umani e sulla capacità di accompagnare vere transizioni democratiche, restituendo stabilità politica, sociale ed economica ai Paesi colpiti dai conflitti.
Se vogliamo pace, stabilità e sicurezza, dobbiamo difendere le regole comuni. Perché quando cadono le regole, nessun Paese, nemmeno il più forte, può dirsi davvero al sicuro.
*Marco Simiani è deputato del Pd





