Allarme suicidi tra gli adolescenti, alla ricerca dei motivi di una crescita dei casi che fa paura
È un nuovo allarmante picco quello registrato all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, dove il reparto di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza si è trovato a gestire contemporaneamente 18 pazienti, a fronte dei 12 posti letto disponibili. Ne parla La Nazione in una intervista.
Un dato particolarmente significativo alla vigilia della Giornata mondiale della salute mentale, che si svolge domani, e che conferma una situazione di pressione ormai non più episodica. I pazienti, tutti adolescenti tra i 14 e i 17 anni provenienti da tutta la Toscana, sono arrivati attraverso il pronto soccorsoe hanno avuto bisogno di un ricovero immediato, quindi in condizioni particolarmente gravi.
Mercoledì mattina, tra pazienti in degenza e ragazzi dimessi, i ricoverati erano 15, tre oltre la capacità. In serata sono arrivati altri tre accessi in emergenza, facendo salire il numero complessivo a 18. Con i posti esauriti, sei ragazzi sono stati quindi accolti ’fuori linea’, sistemati in altri reparti dell’ospedale, con relativi disagi organizzativi.
La casistica è diversa, ma rientra in quella che gli specialisti definiscono ’spettro suicidario’: dai quadri di agitazione psicomotoria all’ideazione suicidaria, fino ai tentativi veri e propri di togliersi la vita. Situazioni che richiedono un’assistenza specialistica e che, in presenza di un ricovero urgente, non possono essere rinviate. In un mese son già tre i casi di “picco”: il 5 settembre erano stati 17 i pazienti ricoverati contemporaneamente, il 15 settembre si era raggiunta quota 18.
Dottoressa Tiziana Pisano, responsabile della psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Aou Meyer Irccs, cosa sta succedendo?
«Dal 10 settembre abbiamo sistematicamente 2-3 pazienti in più rispetto alla capacità del reparto. Sono dati in costante crescita che fotografano un fenomeno complesso, che non può essere ricondotto a un’unica causa».
Da dove potrebbe derivare questo disagio nei giovani?
«Ci sono tanti fattori che stanno alimentando un fenomeno che, peraltro, sapevamo sarebbe arrivato: già nel 2013 l’Oms aveva lanciato l’attenzione sull’aumento dei problemi di salute mentale dei più giovani. La pandemia ha fatto solo da detonatore, ma è un fenomeno che interessa il livello nazionale e internazionale».
Tante cause, dunque?
«C’è tutto un mondo esterno che dobbiamo considerare: che cosa stiamo dando ai nostri ragazzi? Le guerre, sempre più ‘vicine’ anche grazie a un mondo dell’informazione che le rende accessibili, il cambiamento climatico e gli eventi climatici estremi. I ragazzi si informano, sono consapevoli e si confrontano con un’idea di futuro che, da qualsiasi parte la si guardi, può apparire incerta».
Le famiglie che ruolo hanno?
«Anche la dimensione familiare è cambiata. Sono più piccole, spesso i genitori devono gestire da soli il lavoro, la quotidianità e la crescita dei propri ragazzi, senza un supporto di nonni che lavorano o che sono particolarmente anziani. Manca quella rete di supporto familiare su cui un tempo si poteva contare».
I giovani che arrivano da voi, se necessitano di ricovero psichiatrico, sono già gravI.
«Anche nei casi più importanti non significa però che non possano tornare a una vita normale e soddisfacente. In quel momento, però, stanno male e il ricovero svolge una funzione protettiva. Ma non è né l’inizio né la fine del percorso: è una parte della cura. Ci permette di intervenire in una fase di particolare fragilità e di mettere in sicurezza il ragazzo, per poi proseguire il percorso terapeutico». Quanto conta la prevenzione?
«È fondamentale riuscire a intervenire prima che si arrivi all’esacerbazione del problema. Bisogna costruire una rete di salute mentale sempre più efficace, a partire dalla collaborazione con scuole e famiglie. In questi anni la rete non è stata rinforzata in maniera sufficiente: le risorse e l’organizzazione non sono sufficienti rispetto alla velocità con cui il fenomeno è cresciuto». Che ruolo hanno i genitori?
«Non devono sentirsi in colpa: dobbiamo invece aiutarli a capire come comportarsi quando si trovano davanti a un ragazzo che sta male, devono essere coinvolti e messi nelle condizioni di riconoscere i segnali e sapere a chi rivolgersi. Quando si riesce a riconoscere una situazione di difficoltà e a offrire un supporto prima che peggiori, tutto diventa più gestibile». I dati degli ultimi giorni del Meyer sono un fenomeno localizzato?
«No, i ragazzi provengono da tutta la Toscana e parliamo di situazioni che rientrano nello spettro suicidario, con livelli diversi di gravità. Questo ci fa capire ancora una volta che non siamo davanti a un problema circoscritto, ma a una sofferenza che attraversa territori e contesti diversi e che richiede una rete più forte e coordinata».





