La ricercatrice morta in Siberia e l’ombra della peste, che cosa sappiamo davvero
Emanuele Montomoli*.
La morte di una giovane ricercatrice in Siberia ha riportato sulle prime pagine una parola che sembrava appartenere alla storia: peste.
Daria Shipilova, 28 anni, lavorava all’Istituto di ricerca contro la peste di Irkutsk, nella Siberia orientale. È morta il 2 ottobre dopo essersi ammalata pochi giorni prima. La sua morte ha fatto scattare misure di isolamento e sorveglianza per circa 200 persone entrate in contatto con lei. Da qui sono partite le ipotesi: un possibile contagio da peste polmonare, o persino un incidente all’interno del laboratorio dove vengono studiati agenti patogeni pericolosi, nessuna di queste ipotesi, al momento, è stata confermata.
L’agenzia sanitaria russa Rospotrebnadzor ha indicato come causa della morte una “polmonite di eziologia sconosciuta” e ha negato che siano state riscontrate nei campioni tracce di microrganismi riconducibili all’attività professionale della ricercatrice. Anche i contatti sottoposti a controllo non hanno finora evidenziato casi di peste, il caso resta però sotto osservazione. La peste polmonare è infatti la forma più grave della malattia provocata dal batterio Yersinia pestis, il quale può trasmettersi attraverso particelle respiratorie e, senza trattamento tempestivo, può essere rapidamente letale. Al contrario di quanto suggerisca l’immaginario della “morte nera”, oggi la peste è una malattia trattabile con antibiotici se diagnosticata precocemente. La peste, inoltre, non è scomparsa dal pianeta, esistono ancora focolai naturali, soprattutto in alcune aree dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe. Tra il 2019 e il 2025, secondo l’OMS, dieci Paesi hanno segnalato casi umani sospetti, con 423 decessi confermati. La maggior parte dei casi è stata registrata nella Repubblica Democratica del Congo e in Madagascar.
La questione più delicata, dunque, non è oggi una presunta nuova epidemia di peste in Russia, è capire perché una giovane donna sia morta e se la sua malattia abbia avuto qualche relazione con il lavoro svolto in un istituto che studia proprio questo patogeno. L’Oms ha definito basso il rischio per la popolazione generale e ha confermato che i contatti della donna sono stati identificati e monitorati, non ci sono, al momento, elementi che facciano pensare all’inizio di una nuova pandemia.
La storia merita attenzione, ma proprio per questo richiede una distinzione netta tra un caso ancora da chiarire e un’epidemia che, allo stato attuale, non esiste.
*Emanuele Montomoli è ordinario di Igiene e sanità pubblica all’università di Siena





