Finiremo per morire tutti democristiani
Sul Quotidiano Nazionale, Veronica Passeri scrive che tutti vanno al centro.
Chi, in qualche modo, viene dalla tradizione democristiana lo sa: si vince al centro. Convinzione poco diffusa in altre comunità politiche, tra chi viene dal Movimento sociale italiano e chi dal Partito comunista. Eppure, in una domenica d’ottobre ancora estiva, con la nuova legge elettorale da approvare alla Camera – lo Stabilicum, un sistema proporzionale con premio di maggioranza –, a meno di un anno, forse, dalle elezioni Politiche, il centroviene evocato, bramato, interpretato a destra come a sinistra.
Ne parla la premier Giorgia Meloni, cogliendo l’occasione del tradizionale convegno democristiano di Saint Vincent, organizzato da Gianfranco Rotondi, deputato di Fdi, e ne parla Matteo Renzi, con un appello dalla Leopolda e un invito ai “riformisti di Forza Italia” ad unirsi al centrosinistra. L’ex premier lo dice alla kermesse della stazione fiorentina, disponendo di una specie di ‘delega’ al centro da parte della coalizione: è lui a seguire le vicende della quarta gamba dell’alleanza progressista.
Anche sulla questione centro, insomma, come su tante altre – a cominciare dal battibecco sulla pressione fiscale, sulla quale, per Schlein, Meloni ha detto “falsità”, mentre per la premier è il Pd a mentire e anche con tempi di reazione biblici – è un faccia a faccia a distanza, un contrapporsi tra le due politiche che si considerano, l’una con l’altra, le due leader in campo per gli opposti schieramenti. E’ di nuovo, nel giro di pochi giorni, Meloni versus Schlein e viceversa.
Meloni la mette giù dura stigmatizzando l’opportunismo con cui “come sempre, quando all’orizzonte ci sono le elezioni politiche, si torna a parlare di centro, di spazi da occupare, di nuovi contenitori politici”. Ma il centro, spiega, “non è un luogo dove stare a metà strada. È una cultura fatta di famiglia, lavoro, libertà, senso dello Stato e noi quella cultura l’abbiamo messa al centro dell’azione di governo”. Insomma, il centro sta già dentro il centrodestra.
Gli eredi della Dc, protagonisti della diaspora dopo la fine della ‘Balena bianca’. sono per Meloni “gli italiani popolari, conservatori, patriottici e liberali” ed è “anche grazie a loro che la coalizione di centrodestra nata più di trent’anni fa oggi esprime il governo più longevo”. La premier sta bene attenta a non parlare a nome di chi ha vissuto una storia diversa dalla sua ma spiega di aver “imparato” che la forza della Dc “veniva dalla capacità di rappresentare un grande blocco popolare che voleva stare in Occidente, dalla parte della libertà, della democrazia, in anni in cui una parte importante della politica italiana invece guardava altrove, verso modelli che promettevano uguaglianze e producevano oppressione”.
Antonio Tajani, segretario di Forza Italia, rafforza il concetto, ma soprattutto risponde a Renzi: l’unico “centro di gravità”, dice il vice premier, citando Franco Battiato, “è Forza Italia, il centro è uno solo e noi non lo inseguiamo, siamo il centro”, “europeista, garantista e atlantista”. Il vice segretario Occhiuto, addirittura, Renzi e i suoi a passare al centrodestra.
L’insistenza con cui Renzi ribadisce che Casa riformista porterà “la bandiera del garantismo” nell’alleanza progressista è propedeutica proprio all’appello ai riformisti di Forza Italia “che non possono restare” in una coalizione dalle sfumature sovraniste, aspetto quanto mai “lontano” dal partito “europeista” che aveva immaginato Berlusconi. Intanto, scalda i motori Sindaci d’Italia, progetto trasversale di amministratori locali, che non esclude una possibile interlocuzione con Fratelli d’Italia.





