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Cultura

I proverbi, modesta enciclopedia di un sapere millenario

woman in the bookstore selecting books

Luciano Luciani.

Il mondo si divide tra coloro che hanno fiducia nei proverbi e quanti, spesso a ragione, in essi percepiscono un’aria di chiuso e di scontato. Se per l’ìllustre filosofo greco Aristotele (384 a. C. – 322 a. C.) i proverbi sono nient’altro che “avanzi dell’antica filosofia, conservatisi fra molte rovine, per la loro brevità e opportunità”, più di duemila e oltre anni più tardi per Carlo Laurenzi (1920 – 2003), giornalista e scrittore  novecentesco livornese, direttore della “Fiera Letteraria” e collaboratore della “Stampa” e del “Corriere della sera”, il proverbio “ci livella nell’abiezione della prudenza”. Un giudizio severo formulato cinquant’anni fa, quando era prassi consueta, soprattutto fra gli intellettuali, rovesciare i punti di vista e ribaltare il senso comune: e, diciamo la verità, lì, negli adagi popolari, poche parole per dettare mediocri norme di vita, di conformismo ce n’è davvero tanto. 

Più disponibili nei confronti dei proverbi i nostri Romantici, innamorati del popolo e della sua efficace espressività. Così il toscano di Monsummano, Giuseppe Giusti (1809 – 1850), poeta, scrittore e patriota li loda perché sono “un autentico tesoro di lingua viva e schietta… espressione sintetica della millenaria saggezza d’un popolo, mettendone in debito risalto i pregi e i difetti, le qualità e i limiti”. Né minore appare in proposito l’entusiasmo di Niccolò Tommaseo (1802 – 1874) scrittore, linguista e ardente sostenitore della causa nazionale: “i proverbi italiani, i proverbi delle nazioni tutte, quello, dopo la Bibbia, sarebbe il più filosofico, il più poetico, il più sublime dei libri”. Ma due secoli or sono era un tempo in cui qualsiasi manifestazione dell’animo popolare diventava una bandiera da sventolare contro gli oppressori e i tiranni della patria. Oggi, riguardo al loro valore normativo ci andiamo un po’ più cauti e siamo più propensi a dare ragione a uno scrittore e giornalista come Ugo Ojetti (1871 – 1946) che già un secolo fa ci metteva in guardia sulla reale carica di verità presente nelle massime e nei motti diffusi: “I proverbi o ripetono logore verità con l’aria saputa di chi vedendo il sole ti avverte che è giorno, o si contraddicono l’un l’altro tanto bene che alla fine la cosiddetta saggezza dei popoli sembra riassumersi in una massima sola: – Règolati come ti capita, ché forse avrai ragione”.

Venuto a mancare a poco a poco l’insieme delle qualità positive e regolative di tali detti, essi sopravvivono come “decori”, talora decisamente fuori tempo massimo, di discorsi non particolarmente acuti né profondi. Dopo aver costituito per secoli una modesta enciclopedia dei saperi e dell’esperienza di generazioni è giunto anche per essi il tempo della pensione. Il complessivo elevamento della cultura, la scuola di massa, la diffusione dei media hanno contribuito a togliere al proverbio quella aura di pensiero giusto, equilibrato, indefettibile. Una scienza, la paremiografia, li raccoglie, mentre un’altra, la paremiologia, ne studia l’origine e la storia come espressione dell’animo e del costume popolare.

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