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Toscana

Lo scrittore Sandro Veronesi: “Spiego Firenze a chi arriva”

La Nazione pubblica un’intervista con lo scrittore Sandro Veronesi che serve per capire la città. Qual è l’immagine di Firenze (luogo, chiesa, palazzo, strada) che le viene in mente quando la sente nominare? 

“È la prima immagine che ricordo, e purtroppo per me è qualcosa che non vedrò più: il vecchio Ponte al Pino, sopra le ferrovia, dove mio nonno mi portava a vedere i treni che passavano sotto. Io avevo tipo cinque anni, e avevo un amico immaginario di nome Marti che viveva (non so perché) ad Arezzo: il nonno amava molto i treni, come tutti gli uomini del Novecento, e con la scusa di controllare se per caso Marti non fosse venuto a Firenze a trovarmi mi portava sempre lì, e passavamo il tempo a guardare i treni. Marti non è mai venuto, e adesso anche il vecchio Ponte al Pino (leggero, di ferro, con la rete metallica in cui incastrare le dita) l’hanno sostituito e non c’è più”.

Esiste l’orgoglio fiorentino?

“E certo che esiste. Lo conosco bene, dato che io ho vissuto soprattutto a Prato, e lo toccavo, questo orgoglio, tutte le volte che mi qualificavo come pratese, e avevo l’impressione che la vera bellezza e la vera potenza della città mi fosse preclusa. Mi ha molto sorpreso, per questo, constatare come Matteo Renzi da Rignano e il suo cosiddetto Cerchio Magico, costituito da persone tutte non-fiorentine, tutte “del contado” come me (Laterina, Empoli, Greve in Chianti, Pistoia, Barga, non c’era un fiorentino verace) siano riusciti a conquistare la città in un modo così capillare”.

Cosa direbbe di Firenze a una persona che non l’ha mai vista?

“Che i numeri civici rossi sono relativi agli esercizi commerciali e quelli neri alle abitazioni – ma soprattutto, che le due numerazioni non sono minimamente correlate tra loro, per cui il 27 rosso può trovarsi indifferentemente dopo il 3 o dopo il 55 nero. I turisti ci impazzivano, specialmente gli stranieri. Certo, ora, con Google Maps e simili tutti trovano facilmente il negozio o il bar che stanno cercando, ma continuano a non saperlo”.

Pensa che l’immenso patrimonio artistico di Firenze possa essere anche un ostacolo per lo sviluppo della città?

“No, e perché mai dovrebbe esserlo? Di ostacolo può essere (ed è stato) l’atteggiamento con cui la città si relaziona a esso, ma bisogna anche dire che in questo tempo di overtourism è difficile tenere in equilibrio valori artistici e storici e con la spinta incessante del loro sfruttamento commerciale. Via Calzaiuoli ormai pare il duty free di un qualsiasi aeroporto, e si ha l’impressione che colleghi il Terminal 1 col Terminal 2, anziché il Duomo con Piazza della Signoria”.

Trova simpatica l’ironia dei fiorentini?

“Molto. Una volta mi ero perso a Scandicci e a un semaforo mi ero fermato per consultare lo stradario. Era fine luglio, faceva un gran caldo, era la controra e per strada non c’era nessuno. Mentre cercavo di orizzontarmi sulla mappa è scattato il verde ma io non me ne sono accorto, e non c’era nessuno dietro di me che suonasse il clacson. C’era però un vecchino al tavolino di un bar dalla parte opposta della strada che mi ha gridato: ’Eeehhh! Guarda che un viene mica più verde di così!’”.

L’accento fiorentino è piacevole per le sue orecchie?

“Sì. È casa”.

Il ricordo più bello che ha di questa città?

“Un incontro amoroso clandestino al giardino di Boboli. (Clandestino per lei, io ero libero)”.

Il pregio più grande di Firenze?

“La dismisura. Le sproporzioni tra gli spazi smantellano l’equilibro a vantaggio di un’inaudita armonia”.

Il suo difetto peggiore?

“Lo stesso, la dismisura – quando all’equilibrio smantellato non viene sostituito da nessuna armonia”.

Ha mai pensato di lasciare Firenze per andare a vivere in un’altra città?

“Ecco, io qui devo dare una spiegazione. Pur essendo nato a Firenze, ho vissuto in città solo nei primi due anni e mezzo della mia vita. Ragioni di lavoro di mio padre ci spostarono a Prato, per quella che in origine doveva essere una breve parentesi (mio padre era fiorentino, pur se nato a Bologna) e che invece si è rivelata una mossa definitiva. Perciò io non ho mai veramente vissuto a Firenze. Certo, l’ho frequentata molto, mio nonno (quello del Ponte al Pino) ci ha vissuto fino alla morte, e nei sei anni dell’Università passavo a Firenze l’intera giornata – ma abitavo troppo vicino per fare il fuorisede, ero solo un pendolare, e quindi non ci “vivevo”. Poi mi sono allontanato dalla Toscana, e anche la mia frequentazione di Firenze si è molto diradata (ci vado ogni tanto a prendermi una multa, a trovare i miei nipoti, a presentare un libro, a cena, in quest’ordine), per cui la domanda da farmi sarebbe: hai mai pensato di trasferirti a vivere a Firenze? E la risposta sarebbe sì – a Bellariva, o in un appartamento in un villino lungo il Mugnone. In centro no, c’è troppo casino”.

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