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Politica

Lo Stato liberale garantisce la libertà di culto e la libertà dal culto

Sul Riformista, Luca Taddeo scrive che il problema dell’integrazione dei cittadini europei di religione islamica viene spesso affrontato oscillando tra due errori speculari. Il primo consiste nel considerare l’Islam, in quanto tale, incompatibile con la società liberale. Il secondo nel ritenere che ogni questione religiosa appartenga esclusivamente alla sfera privata e che sia sufficiente garantire formalmente i diritti perché l’integrazione avvenga spontaneamente. Una società liberale dovrebbe evitare entrambe le semplificazioni.

La questione decisiva riguarda il rapporto tra fede, interpretazione e autorità. L’Europa moderna non è nata semplicemente quando la religione è arretrata davanti alla ragione. È nata anche attraverso una trasformazione interna del modo di rapportarsi ai propri testi fondativi. Difficilmente avremmo avuto la configurazione moderna dei princìpi liberali e della razionalità scientifica senza quella rivoluzione ermeneutica che, attraverso la filologia umanistica e biblica, contribuì a sottrarre progressivamente il testo e la verità al monopolio dell’autorità costituita. Da Lorenzo Valla a Erasmo, dalla Riforma fino alla critica biblica di Spinoza, il testo sacro diventa anche un documento storico: possiede una lingua, una genesi, un contesto e una trasmissione che possono essere sottoposti a un’indagine critico-interpretativa. Questa rivoluzione non produce da sola né Galileo né Locke, ma contribuisce a creare una delle condizioni intellettuali della modernità: l’autorità non basta più a garantire la verità.

È un passaggio fondamentale anche politicamente. Se un testo ammette interpretazione, nessuna autorità può pretendere di possederne definitivamente il significato. Se differenti interpretazioni possono convivere, diventa necessario costruire uno spazio politico nel quale persone che professano verità religiose differenti possano essere cittadini eguali. La tolleranza moderna e la libertà di coscienza nascono anche dentro questa lunga e drammatica storia europea. È precisamente per questo che l’integrazione dell’Islam europeo non può essere affidata soltanto alle politiche sociali, alla sicurezza o a un generico appello alla tolleranza. Occorre una politica culturale. E il suo primo laboratorio dovrebbe essere la scuola. L’insegnamento della storia delle religioni dovrebbe entrare stabilmente nella formazione dei cittadini. Non un’ora di catechismo comparato, né un’educazione religiosa mascherata, bensì lo studio storico e critico di ebraismo, cristianesimo, Islam e delle altre grandi tradizioni.

Un ragazzo dovrebbe sapere che le religioni hanno una storia, che i loro testi possiedono tradizioni interpretative, che al loro interno si sono confrontate scuole differenti e che persino le dottrine considerate immutabili hanno conosciuto discussioni, controversie e trasformazioni. Questo vale anche per il Corano. La dottrina classica della sua natura increata costituisce una delle grandi questioni della teologia islamica. Proprio per questo deve poter diventare oggetto di conoscenza storica e filosofica, senza che ciò significhi chiedere a un musulmano di rinunciare alla propria fede. Una democrazia liberale non stabilisce se il Corano sia parola eterna di Dio, così come non stabilisce se Cristo sia risorto. Stabilisce qualcosa di politicamente più importante: nessuna conseguenza giuridica può derivare obbligatoriamente per tutti da quella credenza. Qui passa il confine della laicità.

Lo Stato liberale non deve combattere le religioni e nemmeno proteggerle dalla critica. Deve proteggere le persone: il credente, il non credente, chi cambia religione e chi la abbandona. Deve garantire la libertà di culto e insieme la libertà dal culto. Può accogliere una pluralità crescente di forme di vita proprio perché esiste un ordinamento civile comune che nessuna appartenenza religiosa può sospendere. L’integrazione, allora, non consiste nel chiedere ai musulmani di diventare culturalmente cristiani o di cancellare la propria identità. Consiste nel rendere tutti – cristiani, musulmani, ebrei, atei – partecipi della medesima cultura costituzionale. E questa cultura non nasce dall’indifferenza verso le differenze, ma dalla capacità di comprenderle e sottoporle alla discussione pubblica.

Per questo, la storia delle religioni dovrebbe essere considerata una componente dell’educazione civica. Conoscere il modo in cui le credenze si sono formate significa imparare a distinguere la fede dalla coercizione, il precetto religioso dalla legge dello Stato, la verità professata dal diritto che vale per tutti. La risposta liberale alla presenza dell’Islam in Europa non dovrebbe essere dunque né la paura né la rimozione. Dovrebbe essere più esigente: conoscenza, libertà e primato della legge civile. Una società aperta può accogliere quasi ogni fede. Ciò che non può accogliere è la pretesa di sottrarre una fede alla libertà della critica o di trasformarne i precetti in obblighi per chi non li condivide.

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