Se n’è andato Sandro Mazzola, bandiera del calcio
È morto Sandro Mazzola, la bandiera dell’Inter. Aveva 83 anni. Lo annunciano i nerazzurri in un comunicato. «È stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra», si legge nella lunga nota del club. Sandro era figlio di Valentino Mazzola, campione del Torino scomparso nella tragedia di Superga nel 1949. Con l’Inter ha vinto quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, il titolo di capocannoniere in Serie A (nel 1965 con 17 gol) e in Coppa dei campioni (7 gol nel 1964). È arrivato secondo nel Pallone d’Oro 1971 dietro a Johann Cruyff. E openonline dedica a Mazzola un doveroso pensiero.
Chi era Sandro Mazzola
Dopo un passato nelle giovanili dell’Inter a partire dall’età di sei anni, Mazzola esordì in Juventus-Inter del 10 giugno 1961 quando Moratti ed Herrera per protesta schierarono la Primavera. Per lui arrivò il primo gol a soli 18 anni su rigore. Sotto la guida di Helenio Herrera, Sandro Mazzola divenne bandiera e idolo di una squadra fortissima: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suárez, Corso è la filastrocca che riempie ricordi e cuori dei tifosi nerazzurri. Il primo grande successo in Coppa dei Campioni contro il Real Madrid nel ’64 porta la sua firma.
La finale di Coppa dei Campioni
Quel giorno a Vienna, il 27 maggio 1964, nella finale di Coppa dei Campioni l’Inter aveva di fronte il Real Madrid di Alfredo Di Stefano e Ferenc Puskàs. Nel tunnel Mazzola si trovò davanti Alfredo Di Ste’fano, il calciatore che aveva idolatrato da ragazzo. «Per me era alto due metri», avrebbe raccontato alla Uefa molti anni più tardi. In un’altra intervista ricordò che fu Luis Suarez a riportarlo alla realtà: bisognava smettere di ammirare il campione argentino e andare a giocare la finale. Mazzola segnò due volte. L’Inter vinse 3-1 e conquistò la prima Coppa dei Campioni della propria storia. Mazzola aspettò Puskas fuori dallo spogliatoio del Real Madrid. L’ungherese aveva affrontato il padre, Valentino, e gli rivolse parole che la bandiera dell’Inter conservò per tutta la vita: «Posso dire che forse sei degno di lui».
Il ruolo
Mezzala, seconda punta, centravanti, più tardi anche uomo di costruzione. «Nel calcio attuale farei sicuramente la mezzapunta», disse Mazzola, ricordando di aver giocato dietro il centravanti, prima con l’8 e poi con il 10. La Hall of Fame della FIGC lo descrive in poche parole: «Velocissimo, con un gran dribbling e lucido sottoporta» ma con il passare degli anni seppe anche arretrare il proprio raggio d’azione e partecipare maggiormente alla costruzione del gioco. Nel 1977, poco prima del ritiro, El Paìs ne traccià un profilo ancora più completo, sottolineandone la tecnica, la rapidità della falcata, la capacità di costruire il gioco e la potenza del tiro.
Il rapporto con Herrera
Con Herrera, invece, il rapporto era anche fatto di psicologia e ordini estremi. Parlando della finale del 1964, Mazzola raccontò che secondo il “Mago” Di Stefano andava seguito ovunque. La prima maglia nerazzurra gli rimase impressa. Ad AS raccontò che quella ricevuta da ragazzo era di lana e «pesava più di me». Ma non gli importava: era la maglia dell’Inter. Un ricordo apparentemente marginale, ma utile a capire quanto per Mazzola il legame con il club fosse inscindibile.
Dopo il ritiro
Dopo il ritiro Mazzola continuò a difendere il dribbling, l’iniziativa individuale, il rapporto quasi fisico tra un bambino e il pallone, la necessità di riscoprire la gioia di scendere in strada, con le porte improvvisate e la voglia di passare del tempo tra amici. Diffidava di un calcio nel quale ai ragazzi venisse insegnato troppo presto cosa non fare. E quando nel 2025 la FIGC gli chiese cosa fosse ancora capace di emozionarlo, a 83 anni, la risposta fu elementare: «Il pallone».





