Palio, l’ordinanza sulle invasioni esiste ma non viene applicata
Pierluigi Piccini.
C’è un modo elegante di non decidere, e consiste nel rispondere a una domanda nuova con uno strumento vecchio. È quanto è accaduto nell’incontro fra il sindaco di Siena Nicoletta Fabio (nella foto) e i diciassette priori, un’ora e tre quarti a Palazzo Pubblico per “fare il punto” sull’annata paliesca. Fra i molti temi messi sul tavolo — il drappellone, il palco dei cittini, il proliferare di feste, fiere e discoteche — uno era più difficile da rimandare degli altri: la sicurezza in Piazza dopo un episodio che lo stesso sindaco ha definito particolarmente importante. E su questo, il punto più caldo, la risposta è stata la più tranquillizzante e insieme la più vuota: c’è l’ordinanza, sarà applicata.
Vale la pena guardare da vicino cosa dice davvero quell’ordinanza, perché la formula “sarà applicata” suona come un annuncio e non lo è. Le disposizioni sulla pista vietano alle persone non autorizzate di transitare o intrattenersi sul tufo, intorno al Verrocchio, dietro il palco delle comparse, sotto i palchi, nella zona dei materassi di San Martino, una volta che le forze dell’ordine hanno sgomberato la pista. Le violazioni durante le prove valgono cento euro, quelle durante la corsa cinquecento, il passaggio durante l’innaffiatura del tufo da venticinque a cinquecento, e in ogni caso è previsto l’allontanamento immediato. Sono cifre e divieti che si ripetono, quasi identici, a ogni Palio, di luglio e di agosto, da anni. Non c’è nulla da introdurre, nulla da inventare. La norma c’è, le sanzioni ci sono. Ciò che è mancato, e che gli stessi cronisti locali hanno annotato con onestà, è che negli ultimi anni sul fronte degli ingressi anticipati sul tufo si era in qualche modo soprasseduto: lo strumento riposava nel cassetto.
Ecco allora il primo nodo. Dire “sarà applicata” non è prendere una decisione, è confessare che finora non lo si era fatto. La distanza fra la norma scritta e la norma agita è tutta politica, non giuridica. E la difficoltà è reale, perché applicare significa moltiplicare le multe per le decine di contradaioli che ogni anno entrano in pista: è difficile pensare di farne duecento, ma è altrettanto difficile pensare che non ne accada nessuna. In mezzo a questi due estremi sta la vera scelta, quella che l’incontro ha accuratamente evitato di nominare. Rinviare alla gestione di ciascuno, secondo le proprie competenze, è il modo istituzionale per restituire alle Contrade un problema che l’amministrazione preferisce non tenere in mano.
C’è poi un secondo elemento, più sottile, che attraversa entrambe le cronache della riunione ed è forse il più rivelatore. Il sindaco ha tenuto a precisare, con insistenza, che nessuno “dall’alto” gli ha imposto l’incontro, che non c’era pressione, che l’iniziativa era propria. Ora, quando un’affermazione ha bisogno di essere ribadita con tanta cura, è perché la percezione contraria circola e preme. Il “dall’alto”, a Siena, ha nomi che non serve pronunciare: sono quelli dell’ordine pubblico, delle autorità che dopo un episodio grave chiedono conto e chiedono garanzie. La riunione somiglia molto a una risposta a una sollecitazione esterna che si preferisce non ammettere, e la richiesta di reciprocità avanzata dal Comune — quel sentirsi caricare di responsabilità che si ritengono non proprie — chiude il cerchio. È il gesto di chi vuole riaffermare una regia sul sistema del Palio proprio nel momento in cui avverte di non averla saldamente in mano.
Le due cose stanno insieme. Da un lato una regia municipale che rivendica l’autonomia della propria iniziativa; dall’altro, sul tema più concreto, la scelta di non spostare una virgola. Si convocano i priori, si assegnano i “compiti a casa”, si invoca il remare tutti dalla stessa parte, e poi sull’unico punto che avrebbe richiesto una decisione ci si rifugia in ciò che esiste già. È la forma perfetta del governo che si mostra attivo senza esporsi: molto movimento intorno al problema, nessun movimento sul problema.
Resta la domanda che nessuno ha voluto formulare con nettezza. Dopo l’episodio d’agosto, si passa davvero dal soprassedere all’applicare, con tutto il prezzo politico che comporta elevare multe ai propri concittadini nel giorno più sacro della città? Oppure “sarà applicata” è solo la versione amministrativa di un rinvio, la promessa che rassicura oggi e non impegna domani? La differenza non la scrive l’ordinanza. La scrive chi ha il compito di farla vivere, o di lasciarla dormire.





