Il Campo largo dà spazio a Onorato per rendere ininfluente Renzi
Andrea Viola sul Riformista scrive che c’è un punto che ormai non può più essere nascosto dietro formule di comodo: il cosiddetto campo largo non è più il centrosinistra che molti di noi hanno conosciuto. È diventato qualcosa di diverso, con un baricentro politico sempre più spostato verso Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle. Non è una questione di simpatie personali. È una questione di identità, cultura politica e visione del Paese. Chi viene da una storia riformista, garantista, europeista, liberale e atlantista fa sempre più fatica a riconoscersi in una coalizione nella quale linguaggio, priorità e perfino veti sembrano essere dettati altrove. Eppure continuiamo a raccontarci che basti mettere insieme tutto ciò che è contro Giorgia Meloni per trasformarlo automaticamente in un progetto politico. Non funziona così. L’avversario non può essere il programma. La necessità di battere la destra può essere una ragione elettorale, ma non può diventare l’unica ragione per stare insieme. Perché restano differenze profonde sulla giustizia, sulla politica estera, sull’Ucraina, sull’Europa, sulle infrastrutture, sul rapporto con le imprese, sulla crescita, sul merito e perfino sull’idea stessa di governo.
È qui che la rincorsa al campo largo diventa difficile da comprendere. Per anni si è costruita un’identità politica proprio in contrapposizione al populismo e al giustizialismo grillino. Oggi, invece, quelle differenze sembrano diventate improvvisamente secondarie, quasi un fastidio da rimuovere pur di rimanere dentro un perimetro deciso da altri. E nel frattempo quel perimetro si organizza. L’operazione che ruota attorno ad Alessandro Onorato viene presentata come la nascita di un nuovo centro civico, moderato, fatto di sindaci e amministratori. Ma politicamente appare molto meno neutra di come viene raccontata. Soprattutto perché questo presunto centro sente subito il bisogno di prendere le distanze proprio dall’area riformista rappresentata da Italia Viva e Azione. È quindi legittimo chiedersi quale sia la vera funzione politica di questa operazione. La sensazione è che si stia costruendo un centro perfettamente compatibile con l’attuale campo largo: un centro che non metta in discussione Conte, che non disturbi gli equilibri interni della coalizione e che possa occupare lo spazio moderato senza consegnarlo a chi, per storia e idee, potrebbe davvero condizionarne la linea. In questo senso, il ruolo politico di Goffredo Bettini e la convergenza con il disegno di Conte non possono essere ignorati. Non serve evocare complotti o retroscena. Basta guardare al risultato politico: nasce un “centro” che sembra avere una funzione precisa, rendere sempre meno indispensabile Italia Viva nel campo largo e completarne l’isolamento. Un centro, insomma, purché non sia troppo autonomo. Garantista, ma senza esagerare. Europeista, purché non metta in difficoltà nessuno. Moderato, purché accetti in anticipo la leadership politica degli altri. Ed è qui che sta il paradosso.
Mentre una parte del campo largo lavora per costruire uno spazio centrista alternativo, Matteo Renzi continua a spiegare che la sua presenza sarebbe indispensabile per battere Giorgia Meloni. Ma non basta ripetere il nome del Presidente del Consiglio per cancellare le contraddizioni. Meloni non può diventare l’alibi che giustifica qualsiasi alleanza. Non basta dire “dobbiamo vincere” senza spiegare con quale idea di giustizia, economia, politica internazionale e società si dovrebbe poi governare insieme. Perché una coalizione può vincere anche sommando voti incompatibili. Il problema arriva il giorno dopo, quando quelle differenze devono trasformarsi in decisioni. Ed è proprio il giorno dopo che dovrebbe interessare maggiormente a chi considera ancora la politica qualcosa di più di una semplice operazione aritmetica. La politica deve ricominciare dall’ordine naturale delle cose: prima le idee, poi le alleanze. Forse è arrivato il momento di avere il coraggio di percorrere una strada diversa. Presentarsi agli elettori con una proposta autonoma, chiara e riconoscibile: garantismo, crescita, sostegno all’Ucraina, europeismo senza ambiguità, infrastrutture, semplificazione, innovazione, merito, sostegno alle imprese. Dire agli italiani cosa si vuole fare, senza dover ogni giorno spiegare perché si convive con chi la pensa in maniera opposta su questioni fondamentali. Andare da soli non significa condannarsi all’isolamento. Significa recuperare libertà politica.
E soprattutto non significa decidere di non allearsi mai con nessuno. Significa semplicemente rimettere le cose nel loro ordine.





