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Tittia già pronto per nuove sfide dopo la Grande Paura

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La Nazione, con Laura Valdesi, ha intervistato Giovanni Atzeni detto Tittia, il fantino che ha vinto il Palio dell’Assunta nel Nicchio con il cavallo Anda e Bola.

Tittia come ricorderà il 18 agosto 2026? Che Palio è stato? 

«Da sogno. Quando vinci è sempre così. Però ho debuttato nel Nicchio grazie a Fabio (Giustarini, il capitano, ndr) che ero un ragazzino. Non avevo nulla se non la voglia di fare questo lavoro. Mi ha dato la possibilità di correre quattro Palii. La Contrada da 28 anni aspettava questo momento… Forse è stato il giorno più importante della mia carriera».

Torniamo al 13 agosto: dopo l’assegnazione di Anda e Bola al Nicchio hai mandato al capitano il messaggio ’io ci sono’. Eri certo che dicesse sì?

«Certissimo. C’era Anda e Bola, Diodoro era finito nella Lupa, nell’Aquila un cavallo che piaceva a Carlo (Sanna, ndr): dritti per questa strada. Cosa ha risposto Fabio? ’Anche io’». 

A luglio Tittia toglie la cuffia all’Aquila, ad agosto fa lo stesso con il Nicchio: bella sfida. 

«Il segreto è stata la concentrazione. Nel senso, in questo mi dico ’bravo’, che sono riuscito a staccare nei sei giorni, isolandomi anche dalle emozioni, quasi come se stessi vivendo giornate normali. Arrivando lucidissimo al momento del Palio. Grazie anche al capitano che ha rafforzato la mia serenità. Lui, i mangini, la stalla… sono stati tutti soft. Doveva venire da sé, senza pressioni. Tutti sapevamo che ciascuno di noi avrebbe fatto il massimo, senza trasmettermi il messaggio che dovevo per forza alzare il nerbo». 

Ora che hai vinto con entrambi, meglio Anda e Bola o il tuo Diodoro?

«Non lo so dire. Sono due cavalli che si equivalgono, penso. Anche se sono diversi, vanno montati in modo differente. Prima del Palio avrei detto che Diodoro era meglio, ora dopo aver vinto con Anda e Bola siamo quasi al limite della parità».

Come definiresti il capitano Fabio Giustarini? 

«Non sarei credibile se non dicessi che lo apprezzo in tutto e per tutto. Mi ha seguito per oltre 20 anni come un secondo babbo nelle cose extra professione. Vincere il Palio per lui era un sogno, guarda è quasi difficile per entrambi dire ’sì, ce l’abbiamo fatta’». 

Alla cena della prova generale Giustarini ha abbracciato te e Pippo Geraci: sembravi emozionato.

«Sicuro. Moltissimo emozionato. La paura era di deludere Fabio e il Nicchio perché il Palio a volte riserva sorprese e imprevisti. Questo forse il peso maggiore che mi sono tenuto dentro nei sei giorni. Non poteva esistere di deluderli, ma in Palii come questo non è semplice che funzioni proprio tutto». 

La cosa più bella che Giustarini ti ha detto dopo la vittoria e che porterai nell’album del cuore. 

«Ci siamo scambiati delle foto di 23 anni fa e di ora. Le foto hanno parlato per noi. Foto mentre entriamo in Piazza per la prima prova ed io ero un ragazzino diciottenne».

L’hai fatto spaventare molto con la caduta dopo l’arrivo, come del resto tutta Siena e tutta Italia. Come sta Tittia? 

«Nella mia carriera mi mancava questa, mi sono successe praticamente tutte! Vincere un Palio e andare a finire all’ospedale. E per 4-5 giorni dopo non ricordarsi quello che era accaduto è stato incredibile. Ora sto benissimo. E’ successo quello che è successo perché vuol dire che ancora non basta, farò meglio nel prossimo Palio. Ci sto già studiando, vediamo».

Sei stato inondato di messaggi. Il più bello? Il più brutto? 

«Mi scuso con tutta la gente però una delle poche cose che sono riuscito a fare, visto che fermo non mi ci tiene nessuno, è stato staccare con il telefono dedicandomi in primis alla famiglia, al pieno recupero, al lavoro. Ho circa 800 messaggi ma non ho ancora trovato il modo di leggerli tutti, mi scuso ancora per questo. Spero che siano tutti belli». 

Quindi Tittia è da corsa.

«Sì, al mille per mille». 

Per luglio sarà in forma. 

«A luglio il 1000 per 1000 non basta. Devo fare meglio di ora».

Sui social non sono mancate le cattiverie. 

«Non ho i social, ho questa fortuna. Posso dirti però che tutti i capitani mi sono stati davvero vicino, mi ha fatto tanto piacere. Lo stesso i fantini, anche quelli con cui magari ho meno rapporti da tempo». 

L’arrivo su Anda e Bola a nerbo alzato, rivolto verso il palco dei capitani. 

«Era per Fabio, ovviamente. Era per Pippo (Geraci, ndr) con cui ho un legame speciale. Per tutti i mangini, per l’intero staff».

In quel momento cosa hai pensato?

«Ce l’abbiamo fatta». 

Contentissimo? 

«Mamma mia… neppure da chiedere». 

Cosa ti ricordi della corsa?

«Il canape, i tre giri, la botta sul momento. Poi per qualche giorno in ospedale non ho avuto ricordanza». 

A chi è sceso in pista per festeggiare e si è scontrato con te e il cavallo cosa dici?

«Spero che nessuno si sia fatto niente di grave, sono cose che possono succedere. Capisco, dopo 28 anni che uno aspetta…Io per qualche giorno in ospedale non ricordavo, tutto passato. Avanti».

Il capitano Giustarini, dopo la vittoria, ha dichiarato che è stata la chiusura del cerchio. Che vuol dire? Monterai ancora nel Nicchio?

«Certo che sì, se ci sono le condizioni. Credo che il nodo dell’attesa di 28 anni fosse quello da sciogliere, tutto dovrebbe venire più semplice». 

Ora ti aspettano prima nell’Aquila e poi nel Nicchio per fare baldoria. 

«Sono prontissimo, non vedo l’ora. Sono uno che si trattiene sempre in tutto e per tutto pensando solo al lavoro. Ora vorrei godermele un attimo le vittorie». 

La mossa è stata la fase più complicata del Palio? 

«Sì, certo. Ho sfruttato il lavoro fatto negli anni, mi ha dato un bel vantaggio». 

Un Palio costruito. 

«Il capitano è stato bravo sin da quando è entrato in carica, restando umile quale è senza mettersi avanti a nessuno. Io avevo i miei rapporti e intendevo rispettarli. Quando si è creata la situazione è stato altrettanto bravo a costruire il Palio. Capitano e Contrada sono stati bravi». 

Nei tre giri mai avuto paura di perderlo? 

«Mai, mai. Anche il cavallo era convinto di portarlo a casa, tre giri favolosi».

Tredici successi proprio come Trecciolino che è stato il tuo maestro. E ti ha portato a Siena. Che effetto fa raggiungerlo? 

«E’ il massimo raggiungere chi mi ha insegnato. Il migliore, per me, il riferimento. Il mio maestro. Il punto di arrivo più importante per Tittia». 

«Che succede adesso? 

«Ho 41 anni, guardo avanti. E penso già a luglio».

Torniamo ai sei giorni. I guardiafantino hanno svelato che hai chiesto loro una sola cosa: niente bestemmie. 

«Vero questo. L’unica cosa che ho imposto, non fanno parte del mio vocabolario». 

Ma una alla fine c’è scappata. 

«Me la ricordo benissimo, infatti. Non servono a niente». 

Sveliamo un retroscena: vero che fuori porta Pispini sei infilato in una macchina sbagliata? 

«Era uguale a quella del guardiafantino, proprio fuori Porta Pispini… io come se niente fosse mi sono infilato dentro. Era di un altro!»

Ti ha riconosciuto? 

«No, no. Si è zittato lui, lo stesso io. ’Scusami tanto’, ho detto. E ho richiuso l’auto». 

In questo Palio Tittia a chi deve dire grazie? 

«Ad Anda e Bola che mi ha permesso di tutto, all’intero staff del Nicchio, da Giustarini al veterinario, dai mangini al barbaresco ai collaboratori, ai guardiafantino che sono stati eccellenti, al maniscalco. Tutti davvero. E un grazie esagerato al Nicchio perché sono stati sei giorni diversi, ho sentito che non c’era alcun dubbio nei miei confronti. Erano con me. E questo per un fantino vuol dire molto». 

Un grazie anche alla famiglia e a Mattia? 

«Loro mi seguono in tutto e per tutto da sempre. Eccezionali. Poi non voglio dimenticare il policlinico di Siena». 

Sentiamo. 

«Medici e infermieri mi sono stati dietro in ogni cosa. Davvero esagerati anche loro, mi hanno coccolato come un figlio».

Quanto torna a montare Tittia? 

«A cavallo la settimana prossima». 

Senti di aver scritto la storia del Palio?

«Vedendolo fare ad altri fantini li avrei visti come idoli, facendolo io ad essere sincero non sento di aver scritto la storia. La devo ancora scrivere». 

Come vi siete salutati con il capitano nell’Entrone? 

«Con la tranquillità di sempre. Nessun accenno alla corsa, molto soft. ’Fai come hai sempre fatto’, ha detto. Ci siamo abbracciati e poi via, ognuno ha fatto il suo».

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