Che succede dopo l’assemblea degli azionisti di Intesa Sanpaolo
Pierluigi Piccini.
Il voto di stamani non aggiunge un tassello qualsiasi alla partita bancaria: ne cambia il tempo. Fino a ieri Intesa Sanpaolo aveva un progetto e un prezzo; da oggi ha anche il mandato. Il 97% di sì su una presenza del 63,9% — la parte alta della forcella attesa — non è un plebiscito rituale, ma la certificazione che la base azionaria, in larga parte istituzionale, si è allineata alle indicazioni dei proxy advisor. Messina esce da Torino con la delega all’aumento di capitale — fino a 5,7 miliardi di azioni, circa 3,4 di capitale sociale — e con le autorizzazioni di vigilanza già in tasca, computabilità nel Cet1 compresa. Gli resta soltanto il via libera della Consob al documento d’offerta. Tradotto: la rampa di lancio è sgombra, e l’Opas sul Monte può partire tra ottobre e novembre.
Il punto che davvero conta, però, non è la proporzione del sì, ma chi lo ha espresso. Quasi sei decimi del capitale di Ca’ de Sass sono istituzionali esteri — i grandi fondi che gestiscono la liquidità globale — e quegli stessi nomi siedono anche dentro il Monte. È qui il nodo che stringe la controffensiva di Lovaglio. La doppia offerta di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, depositata oggi in Consob, dovrà passare dall’assemblea del 29 ottobre; e a giudicarla saranno in buona parte gli investitori che stamattina, a Torino, hanno appena mostrato dove guardano. Chi prova a difendere Siena facendosi predatore su Piazza Meda e su Trieste chiede il voto alla stessa platea che ha già sposato il disegno avversario. È una debolezza di posizione, non di argomenti: la manovra del Monte nasce osservata da chi dovrebbe approvarla.
Da questo discende l’accelerazione della collisione, che va letta con l’asimmetria del calendario. I due schemi ormai corrono su binari destinati a intersecarsi. Da un lato l’Opas di Intesa sul Monte, con l’integrazione di Mediobanca sullo sfondo; dall’altro la difesa del Monte che si rovescia in aggressione su Bpm e Generali. Il 29 ottobre l’assemblea senese, ottobre-novembre il lancio dell’offerta torinese: due date che si sfiorano, e chi per primo raggiunge un assetto stabile detta il tavolo all’altro. Il mandato pieno incassato oggi sposta la pressione tutta dalla parte di Lovaglio, che deve far combaciare una tenaglia complicata — due offerte più l’ipotesi di fusione con Mediobanca — in una finestra sempre più stretta e con la propria base già scrutata dall’esterno.
Sullo scacchiere largo, se l’operazione arriva in porto la mappa si ridisegna in un colpo solo: Intesa assorbe pezzi del Monte e s’incunea nell’asse Mediobanca-Generali, che è poi il terreno dove si misura la partita degli azionisti forti. Non è un caso che proprio a Banca Generali punti il Monte: mettere un piede lì significa entrare nella stessa contesa da cui si vorrebbe uscire salvi. Restano, è vero, i numeri promessi ai soci di Ca’ de Sass — le decine di miliardi di distribuzioni, le sinergie a regime — ma quelli, per ora, sono la parte retorica dell’operazione, il racconto che accompagna la mossa. La finanza vera comincia a contarsi il 29 ottobre. Il voto di oggi, per proporzioni e tempismo, è il viatico che consegna a Torino l’iniziativa; a Siena resta il compito, più arduo, di non arrivare seconda al proprio stesso destino.





