Il senatore De Rosa di Forza Italia apre la battaglia contro Tajani
Raffaele De Rosa, senatore di Forza Italia, scrive sul Riformista che Antonio Tajani dovrebbe preoccuparsi delle tensioni sulla sua conduzione che arrivano dai territori. Quello che sta accadendo in Forza Italia non può più essere considerato una semplice tensione interna. E sarebbe un errore ridurlo alle consuete fibrillazioni che accompagnano ogni stagione congressuale. Quando da territori diversi arrivano segnali di malessere, quando amministratori, dirigenti, parlamentari e semplici iscritti sentono di non avere più luoghi e occasioni dove discutere, confrontarsi e persino dissentire, allora la questione non riguarda più soltanto chi vincerà un congresso. La questione riguarda il partito. Lo dico perché continuo a credere che Forza Italia abbia davanti a sé uno spazio politico assai più ampio dei numeri che oggi raccoglie.
In un centrodestra in rapida trasformazione e di fronte a un elettorato moderato che cerca una rappresentanza seria, liberale, europeista e riformista, la nostra missione dovrebbe essere una sola: allargare, includere, attrarre. Non chiudersi. È proprio per questo che alcune vicende di queste settimane mi risultano difficili da comprendere. E la Campania, inutile nasconderlo, è probabilmente l’esempio più evidente. C’è qualcosa che non torna se, in un partito che ha fatto della libertà e della partecipazione la propria identità, diventa difficile persino candidarsi a un congresso. Se per partecipare occorre districarsi tra interpretazioni, elenchi, comunicazioni, scadenze e procedure, allora abbiamo un problema politico prima ancora che organizzativo.
Siamo nati per combattere la burocrazia e rischiamo di diventare iperburocratici al nostro interno. È un paradosso sul quale dovremmo avere il coraggio di riflettere. Le regole servono. E devono essere rispettate. Ma le regole di un partito democratico devono assolvere a una funzione precisa: garantire la partecipazione, non frenarla; rendere trasparente il confronto, non impedirlo. Un congresso ha senso se qualcuno può candidarsi, qualcun altro può dissentire, tutti hanno la possibilità di parlare e, alla fine, una comunità politica riesce comunque a riconoscersi sotto lo stesso simbolo. Perché altrimenti corriamo un rischio molto più serio della sconfitta di una mozione o di un candidato: rischiamo di vincere un congresso e perdere pezzi del partito. E sarebbe un prezzo incomprensibile da pagare.
Per questo penso che Antonio Tajani, proprio per il ruolo che ricopre e per l’autorevolezza che gli viene riconosciuta, dovrebbe prestare grande attenzione a ciò che sta accadendo. Non gli si chiede di schierarsi con qualcuno contro qualcun altro. Gli si chiede qualcosa di molto più importante: fare il leader. E proprio per questo non posso nascondere un certo rammarico: insieme ad altri colleghi parlamentari e consiglieri regionali abbiamo più volte scritto ad Antonio Tajani, chiedendo semplicemente un momento di confronto per rappresentargli le nostre preoccupazioni e cercare, insieme a lui, una soluzione nell’interesse del partito. Finora, purtroppo, queste richieste non hanno ricevuto risposta. Lo dico senza alcuna intenzione polemica, ma con il dispiacere di chi ritiene che la voce di parlamentari e rappresentanti istituzionali di Forza Italia, quando chiede di essere ascoltata dal proprio segretario nazionale, meriti almeno l’opportunità di un confronto.
Ascoltare tutti. Garantire a tutti le medesime condizioni. Ricomporre ciò che si sta dividendo. E, quando necessario, avere il coraggio di fermare una macchina prima che diventi impossibile da governare. Forse è arrivato il momento di sospendere, almeno per un momento, la conta. E tornare alla politica. Capire che cosa sta accadendo nei territori. Ascoltare chi è sul campo. Ricostruire un clima di fiducia. E poi ripartire, tutti insieme. Perché fuori dalle nostre stanze nessuno ci chiede chi controlla un congresso regionale. Ci chiedono cosa pensiamo della giustizia, delle tasse, delle imprese, della sanità, dell’Europa, della sicurezza, del futuro dei giovani. Ci chiedono quale idea abbiamo dell’Italia. E, soprattutto, ci chiedono che cosa voglia essere Forza Italia dopo Silvio Berlusconi. È questa la domanda alla quale dobbiamo rispondere. Non possiamo permetterci di consumare le nostre energie in una guerra interna mentre fuori c’è un elettorato moderato che attende una proposta politica.
Forza Italia ha ancora una grande opportunità: tornare a essere il punto di riferimento di chi non si riconosce né negli estremismi né nella politica urlata, ma cerca serietà, competenza, libertà e buon governo. Per riuscirci abbiamo bisogno di tutti. Abbiamo bisogno dei dirigenti, degli amministratori, dei parlamentari, dei militanti e soprattutto dei territori. Perché un partito che vuole ampliare il proprio consenso non può iniziare restringendo la propria casa. E perché, prima delle regole, viene la politica. Prima della conta viene la comunità. Prima dei congressi viene Forza Italia.





