Dichiararsi ed essere uniti
Pierluigi Piccini.
C’è una domanda che la giornata di ieri, con tutta la sua partecipazione mai vista e la sua unanimità solenne, ha accuratamente aggirato: quando i «per ora» saranno scaduti, su chi ricadranno le conseguenze. Il consiglio monotematico nella Sala del Capitano del Popolo va guardato dentro questa cornice. Non è la fotografia di una battaglia in corso; è la radiografia di un’inversione già avvenuta, quella per cui una comunità, per parlare della cosa che più le appartiene, deve chiedere udienza a chi quella cosa la contende altrove.
Ciò che è affiorato è che l’unità di cui tutti si riempiono la bocca esiste finché resta un sostantivo. Nel momento in cui deve diventare un verbo — decidere cosa fare, come, quando — si sfalda in tre grammatiche, e ciascuna è un modo diverso di non tenere il peso della scelta. L’audizione alla Commissione d’inchiesta, proposta dalla Provincia e ammessa dalla stessa proponente come non risolutiva, consegna la questione a un organo che per costituzione non delibera nulla: si domanda ascolto a chi non può decidere, e proprio per questo non può sbagliare. La leva della quota pubblica, agitata dalla Regione, rimette la partita al Governo: ma quel quasi cinque per cento, contro un offerente determinato e un calendario che corre verso dicembre, non è una forza, è un promemoria. La cautela del sindaco, il rifiuto del commento minuto per minuto, tiene la questione a distanza di sicurezza. Nessuna delle tre posizioni, presa da sola, è irragionevole. È la loro coesistenza, spacciata per coro, a rivelare che sotto la voce comune non c’è una strategia comune, ma tre modi di reagire alla stessa impotenza.
Ed è qui la parte più sgradevole, che nessuno ha pronunciato. La responsabilità, quando la si diluisce in un’unanimità, non svanisce: scende di piano. Si dichiara insieme precisamente perché insieme non risponde nessuno, e ciò che nessuno tiene finisce per posarsi su chi al tavolo non è mai stato invitato. I duemila e passa dipendenti diretti e il loro indotto, che la Camera di commercio ha contato uno per uno; il tribunale che l’Ordine degli avvocati teme di veder svuotato; le Contrade, che il due luglio e il sedici agosto onorano una banca che rischia di non esserci più nella forma che conoscono; i piccoli risparmiatori, i fornitori, il dieci per cento di valore aggiunto provinciale evocato in un dossier costruito nell’istante esatto in cui il timore serve a pesare. Sono loro a ereditare l’esito di una decisione che non hanno mai avuto la possibilità di prendere. È la legge non scritta di ogni economia che socializza il rischio verso il basso mentre privatizza altrove il potere di decidere.
Perché di tempo, alla fine, si parla. Le due rassicurazioni che incombono su tutto — lo Stato «per ora» non vende, il Ministero «in questa fase» non cede la quota residua — hanno la scadenza cucita dentro: dicono soltanto quanto tempo manca prima che la questione torni aperta. E il calendario è costruito in modo che, quando tornerà aperta, i protagonisti politici di ieri saranno con ogni probabilità già ruotati altrove, mentre la comunità, che non può ruotare, sarà rimasta dov’è. Chi chiude l’operazione lo fa secondo il proprio tempo; chi si difende arriva, per costruzione, un tempo dopo. Non è un dettaglio tecnico: è la forma stessa di una sconfitta annunciata, ed è il punto che ripeto da mesi e che nessuno, ieri, ha voluto affrontare. Sotto altri cieli, comunità intere hanno imparato senza volerlo che la sovranità economica non si perde in una sola mattina con un’offerta ostile: si cede un grado alla volta, ogni volta che si accetta di essere ascoltati in cambio di non essere più determinanti.
Resta la nota falsa del coro. Si vuole una banca integra, forte, autonoma, competitiva, nazionale e magari europea, e la si vuole senza aggregazioni, senza toccarne l’identità, senza le conseguenze della crescita che a parole si invoca. Si domandano il movimento e la quiete nello stesso istante. Ma l’integrità e la statura che si reclamano nella medesima frase raramente convivono, e scegliere vorrà dire rinunciare a qualcosa. C’è una differenza antica tra chi possiede una cosa e chi la governa: si può conservare il nome di una banca e perderne il corpo, tenere l’insegna e cedere la decisione.
Il territorio ha parlato di sé al presente indicativo — restare, tutelare, mantenere — mentre la finanza coniugava i suoi verbi al futuro. Ci si è riuniti per dichiararsi uniti; e l’unità, quando ha bisogno di essere dichiarata, è quasi sempre la cosa che è già venuta a mancare. La domanda seria rimane una sola: cosa siamo disposti a fare quando il «per ora» sarà scaduto. E chi rimanda la scelta scopre, poi, di averla già fatta — al contrario.


