La privacy vale sempre anche per chi ama il voyeurismo giudiziario
Nemesi è la dea della mitologia greca che personifica la giustizia distributiva, la retribuzione e, da ultimo, la vendetta divina. È lei che puniva chi era stato, ad esempio, troppo arrogante o aveva ecceduto nei suoi comportamenti, violando le leggi. La vicenda Ranucci-Lavitolaha qualcosa della nemesi. Quasi un contrappasso. Giovanni Jacobazzi sul Riformista si occupa del caso Report.
Per anni Report ha fatto delle intercettazioni uno degli strumenti più potenti del proprio giornalismo. Intere puntate erano caratterizzate dalla lettura delle intercettazioni da parte di giornalisti in studio che imitavano anche gli accenti dei malcapitati di turno. Uno spettacolo osceno in quanto tutti dovrebbero oramai sapere che queste intercettazioni sono trascritte dal maresciallo che, molto spesso, sbaglia, e che dentro una conversazione privata ci possono essere verità, ma anche bugie, millanterie, ironie, sfoghi, provocazioni e semplici stupidaggini. Chi parla al telefono non sta scrivendo un atto pubblico. Parla nella convinzione di trovarsi dentro una sfera privata.
Oggi quello stesso meccanismo si è rovesciato su Ranucci. Le sue chat e telefonate con il titolare del ristorante Cefalù, anche prive di rilievo penale, da settimane vengono pubblicate da tutti i giornali. È difficile immaginare una lezione più evidente. Ranucci invoca oggi, giustamente, l’inviolabilità delle conversazioni private. Ricorda che un’intercettazione è uno strumento eccezionale e che non tutto ciò che viene captato può diventare automaticamente materiale da pubblicare. È un principio liberale elementare. Il suo legale, l’avvocato Roberto De Vita, ha fatto sapere di aver presentato denuncia per violazione del segreto d’ufficio alla Procura di Roma. Le intercettazioni che leggiamo in questi giorni, infatti, non sono pubblicabili. E ci sarebbe anche una sanzione per il giornalista che ne è responsabile. Ma tant’è. Un paradosso.La stessa cultura giornalistica che per anni ha rivendicato la massima libertà nell’uso delle conversazioni private si trova ora a denunciare l’invasività di quello strumento quando viene utilizzato contro il suo protagonista. La nemesi, appunto. Non significa che Ranucci debba rinunciare al diritto alla privacy. Significa esattamente il contrario: che la sua vicenda dovrebbe diventare l’occasione per riconoscere quel diritto anche agli altri. Ranucci sta sperimentando sulla propria pelle che cosa significhi essere giudicati attraverso il materiale privato che un’indagine mette a disposizione. La cultura liberale non consiste nel difendere la privacy quando è la propria a essere violata. Consiste nel difenderla quando a essere violata è quella dell’avversario.
In questi anni il legislatore è intervenuto per arginare il voyeurismo giudiziario, ad esempio con il ddl di Enrico Costa, attuale capogruppo di Forza Italia alla Camera. Le norme ci sono. Servirebbe, però, una vera rivoluzione. Il giornalismo d’inchiesta non si fa pubblicando atti ricevuti in maniera fraudolenta dalle Procure o dai Servizi segreti. Quella è attività tipografica.


