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I politici che raccontano la loro fragilità, la malattia tocca tutti

Pile of printed newspapers on blue background

Alberto Mattioli sul Quotidiano Nazionale parte dalla malattia annunciata da Dario Franceschini per parlare della consuetudine recente dei politici di raccontare la loro fragilità. Per quasi sei anni Dario Franceschini ha continuato a fare politica convivendo con il Parkinson. Telefonate, incontri, riunioni. La diagnosi è arrivata nel novembre del 2020. Ora l’ex ministro della Cultura ha deciso di confidarsi: “Una botta tremenda, il Parkinson ti accompagna per sempre”, racconta in un’intervista al Corriere della Sera, senza trasformare la malattia in un congedo. È stato il collega Graziano Delrio, medico, a esortarlo a farsi visitare, vedendolo trascinare i piedi. “Non isolatevi, continuate a vivere”, è il messaggio rivolto ai malati. “È fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare”. Una presenza che i colleghi raccolgono.

Matteo Renzi lo definisce “il parlamentare più lucido di tutti”: “Sarà sempre a dare le carte”. Alla vicinanza e al plauso del Pd – da Chiara Braga a Enrico Letta – per il gesto di “coraggio e dignità” si affiancano le storie personali degli avversari. Giuseppe Conte – che pochi mesi fa ha affrontato un’operazione – lo ringrazia per una “lezione di coraggio, dignità e forza”: prima dei ruoli viene “l’uomo, con le sue piccole e grandi fragilità”. Roberto Calderoli riavvolge il nastro al 2013, quando rese pubblico il suo tumore: “Parlarne in pubblico aiuta ad accendere un faro mediatico sulla ricerca” e può dare forza, osserva il ministro leghista, a chi affronta la stessa battaglia. Cita anche il senatore dem Franco Mirabelli, che ha raccontato la convivenza con la Sla.

Dario Franceschini è malato. Ha reso pubblico quello che nei palazzi della politica già si sapeva in una lunga e bella intervista al Corriere della Sera. Diagnosi impegnativa: “Ho il Parkinson, una botta tremenda“. È il terzo uomo politico che quest’estate parla della sua salute. Il 2 luglio, Clemente Mastella si era indirizzato ai fedeli nella basilica della Madonna delle Grazie, a Benevento. Poche e semplici parole: “A tutti chiedo di pregare per me. Anch’io sono malato, spero di farcela”. Poi c’è Alessandro Di Battista ospedalizzato a Cuba per un malore. Altra generazione e altra comunicazione, su Instagram: “Tornerò presto”. Come sempre in Italia, segue dibattito. Ovviamente non sulle malattie dei politici, cui tutti, a parte la feccia sui social, possiamo soltanto augurare di farcela. Ma sull’opportunità di renderle pubbliche.

Nella Prima Repubblica, le cartelle cliniche dei politici restavano segrete. Quando, il 7 agosto 1964, Antonio Segni ebbe una trombosi durante un colloquio, descritto come “concitato”, con Moro e Saragat, all’opinione pubblica fu detto che il Presidente della Repubblica era ammalato e sarebbe quindi stato sostituito da quello del Senato, ma sulle sue effettive condizioni non trapelarono dettagli (poi Segni si dimise prima della dichiarazione di “impedimento permanente” e così la sua, due anni e sette mesi, risulta la Presidenza più corta di tutta la Repubblica).

La regola non valeva solo per l’Italia. Ci sono pochissime immagini sulla sedia a rotelle di Franklin Delano Roosevelt, rieletto quando era già immobilizzato per la poliomielite; di François Mitterrand nessuno seppe che aveva un cancro alla prostata (e nemmeno una figlia segreta, ma questo è un altro discorso). Tornando in Italia, l’atteggiamento dei politici ha iniziato a cambiare dal 2015. Pioniera, Emma Bonino. Dai microfoni di Radio Radicale, disse di avere un tumore ai polmoni e che avrebbe cominciato subito le cure. Le raccontò anche mentre le faceva, e nel 2023 annunciò la guarigione.

Da allora, la regola non scritta di non parlare della malattia è diventata quella di farlo. Qualche esempio? Quest’anno Elena Bonetti, ex ministra delle Pari opportunità, ha reso noto di essere stata operata per un tumore al seno e che l’intervento le ha salvato la vita. Nel maggio scorso, Giuseppe Conte ha fatto sapere che gli avevano appena asportato una neoplasia, fortunatamente benigna: “Sono stati giorni duri. La vita in un secondo non è più la stessa”. E poi c’è Marco Bucci, ex sindaco di Genova e oggi governatore della Liguria, che durante la campagna elettorale del 2024 parlò della malattia e delle trenta sedute di chemioterapia che erano state necessarie per debellarla. Gli scettici potrebbero obiettare che così anche la salute diventa comunicazione politica e un dramma privato, una questione pubblica. Era nell’Ancien Régime, in fin dei conti, non nelle democrazie, che il corpo fisico del Sovrano acquisiva una dimensione insieme mistica e politica: ogni malattia del Re Sole era una crisi di Stato e dopo ogni guarigione erano Te Deum e nuovi capolavori di Molière e Lully. E poi, dal punto di vista di chi ne soffre, la malattia può essere percepita come debolezza: un politico malato è un politico dimidiato, anche se non impedito. E tuttavia che ne parli non è per nulla sbagliato. Intanto, perché il personaggio pubblico che la racconta diventa uno spot vivente sulla necessità della prevenzione. E poi perché può essere di ispirazione e di conforto per chi si trova nelle stesse condizioni.

La fragilità è umana e, diciamo così, “democratica”: tocca tutti, anche i potenti. Infatti non troverete mai un dittatore che ammetta di essere malato.

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