Gualtieri e Manfredi riserve del Campo largo
Alla fine, se la situazione nel centrosinistra dovesse avvitarsi, loro sono pronti. Roberto Gualtieri e Gaetano Manfredi, sindaci di Roma e Napoli al primo mandato, sono le riserve del centrosinistra. Pronti a fare i candidati premier se dovessero essere chiamati. Lo scrive il Manifesto.
LORO NON SGOMITANO, si stanno preparando alle uniche elezioni che certamente ci saranno in primavera, le comunali: vogliono un secondo mandato, obiettivo assolutamente alla portata. Nonostante in queste settimane siano girati tanti nomi, i due su cui nessuno dubita nella coalizione sono i loro. La sindaca di Genova Silvia Salis, pur molto popolare sui social, non è non sarà mai un punto di mediazione tra Schlein e Conte. Il leader 5 stelle la considera troppo centrista, e quella del Pd condivide l’analisi. Oltre ad aver ben presente che il personaggio Salis è stato costruito mediaticamente proprio per creare problemi a lei.
Dunque si torna a Gualtieri e Manfredi, entrambi ex ministri del Conte 2 e dunque in buoni rapporti con l’ex premier (il napoletano è considerato tra i due il più vicino a Conte). Il romano paga il prezzo di non avere (ancora) il M5S nella sua maggioranza, anche se c’è una manovra di avvicinamento che ha avuto come recente passaggio l’assestamento di bilancio in Campidoglio. Ma è considerato più forte dal punto di vista comunicativo. Nei quasi 5 anni alla guida della Capitale, con i suoi video social, ha mostrato una verve inattesa, rompendo lo schema dell’austero professore universitario. Manfredi non ha tessere di partito, Gualtieri è uno storico dirigente del Pd, che resta il primo partito della coalizione: se la scelta dovesse cadere su di lui per i dem il sacrificio sarebbe meno pesante.
MA COSA DEVE SUCCEDERE perché una delle due riserve venga richiamata in prima linea? Il percorso delle primarie dovrebbe avvitarsi: sulla regole, innanzitutto. Saranno discusse dopo metà settembre, gli sherpa stanno già ragionando sulle ipotesi tecniche: Schlein vuole il doppio turno, Conte no, sul voto anche online l’accordo di massima già c’è. E del resto fu proprio la segretaria dem a chiedere e ottenere che alle ultime primarie Pd, quelle del febbraio 2023, fosse consentito anche il voto online, ma solo per i residenti all’estero e per chi potesse dimostrare un impedimento nel recarsi al seggio.
RESTANO LE PREOCCUPAZIONI espresse pochi giorni fa da Roberto Speranza, che ha avvertito dei rischi (condivisi da molti dirigenti dem e da Avs) che il partito del leader sconfitto ai gazebo possa perdere consensi alle politiche. Questo sarebbe vero in caso di sconfitta di Conte, con un pezzo di elettori 5S pronti alla diserzione; ma anche per una quota di elettori Pd nel caso in cui il candidato fosse Conte. Per questo Bonelli ieri ha rilanciato l’idea di indicare una figura simbolica come un ex partigiano o il presidente di una associazione tra le vittime delle stragi neofasciste.
Finora i due leader si sono mostrati irremovibili: si va alla conta. «Non dobbiamo avere paura del nostro popolo. E le primarie sono uno strumento di partecipazione: è importante anche per lanciare la campagna vera, abbiamo una responsabilità», ha ribadito ieri Igor Taruffi, braccio destro di Schlein, ricordando che il sindaco di Bologna Lepore era stato scelto con le primarie. Sulla stessa linea il capogruppo dei 5S alla Camera Riccardo Ricciardi che si è domandato: «Con quale legittimazione un terzo nome scelto dalle segreterie può sfidare Meloni?».
La data per i gazebo oscilla ancora tra fine 2026 e inizio 2027. Sempre che le politiche si tengano in primavera. Ma non è scontato. Salvini è in pressing sui Meloni per votare in autunno 2027, e avrebbe messo questa come condizione per votare la nuova legge elettorale, che dovrebbe essere approvata entro settembre al Senato per poi tornare alla Camera.
Se il leghista dovesse spuntarla, per le due riserve del centrosinistra si metterebbe male: entrambi infatti puntano alla rielezione in primavera. E sarebbe molto dura mollare le loro città pochi mesi dopo la riconferma da sindaci. Gualtieri ha già spiegato che, in quel caso, non lascerebbe Roma. Anche perché il precedente del 2008, quando Veltroni si dimise da sindaco per correre da premier e il Pd perse entrambe le elezioni, ancora brucia. Manfredi invece è pronto a fare, da sindaco in carica, il padre nobile della lista centrista di Onorato.
L’INCERTEZZA SULLA DATA del voto per le politiche condiziona pesantemente il dibattito a sinistra, insieme alla legge elettorale. «Si tratta di due elementi decisivi su cui noi non abbiamo potere di decisione», ragionano ai piani alti del Pd. Consapevoli che il pallino è nelle mani di Meloni e delle destre. Per questo dal Nazareno cercano si spegnere il dibattito sulle primarie, consapevoli di quanto possa essere prematuro. Se la legge elettorale dovesse saltare (se Meloni dovesse calcolare che la soglia del 42% senza Vannacci è irraggiungibile), anche a sinistra si riaprirebbe la discussione. Se si voterà col Rosatellum, il Pd tirerà il freno sulle primarie.
Sul congresso dem i giochi invece paiono fatti. In autunno l’assemblea Pd voterà la deroga a Schlein, il cui mandato scade a marzo 2027, per scavallare le politiche. Non si segnalano obiezioni da parte delle varie anime. Il destino di Schlein si deciderà alle primarie (se si terranno) o nelle urne.


