Caso woke, è sterile contrapporre i diritti civili a quelli sociali
La costituzionalista Anna Mastromarino sul Quotidiano Nazionale invita a non contrapporre i diritti civili ai diritti sociali. Il dibattito di questi ultimi giorni attorno al pensiero woke rischia di banalizzare un movimento tra i più vivi degli ultimi decenni. Come tutte le ideologie con obiettivi di trasformazione sociale a 360 gradi non è rimasto immune alle strumentalizzazioni e a una certa deriva fondamentalista: ma da qui a rinnegarne la portata rigenerante rispetto a un assetto economico e sociale che da tempo mostra i suoi limiti ce ne passa. Per questo dispiace che proprio all’interno di certi ambienti progressisti siano emerse non critiche (quelle sono sempre necessarie, oltre che utili), ma voci che intonano un Te Deum a sancire la fine di un pensiero che pretende un cambiamento globale appena avviato.
La cosa da dire subito con chiarezza, a scanso di facili semplificazioni, è che al di là dell’uso di definizioni univoche, all’interno della cultura woke si muovono mondi diversi, uniti semmai da una volontà comune: trovare uno spazio in pubblico, rompere la spirale di marginalizzazione nella quale sono stati relegati da modelli di prevaricazione come il patriarcato, il colonialismo, il razzismo, l’abilismo. Una dinamica convergente che avvicina femministe, attivisti Lgbt, minoranze, popoli indigeni e tutti coloro rimasti ai margini per secoli, spettatori della storia di cui erano parte senza esserne protagonisti.
Intendiamoci: non si tratta affatto di rimanere indifferenti rispetto ai passi avanti fatti sul piano civile all’insegna della parità dei diritti. Al contrario, è proprio a partire da quei traguardi che l’invito a stare svegli (stay woke) evolve, pretendendo che il cammino di uguaglianza intrapreso venga completato: al riconoscimento segua un atto di redistribuzione delle risorse e delle occasioni precluse sinora a molti gruppi della nostra società. Una redistribuzione che garantisca a tutti e tutte un pieno godimento dei diritti costituzionalmente sanciti.
In fondo proprio come ci ricorda la nostra Carta all’articolo 3, non basta dire che siamo tutti uguali… Esiste in capo allo Stato l’obbligo di rendere quell’uguaglianza effettiva, mettendo in campo politiche in grado di eliminare gli ostacoli economici, culturali, sociali che, anche solo di fatto, possono impedire la parità tra tutte le persone.
Ecco perché le polemiche più recenti, che finiscono con il contrapporre la lotta civile a quella sociale, sono sterili e sembrano dimostrare che del pensiero woke si è capito sinora ben poco. Tra diritti civili e sociali esiste un rapporto inscindibile: sono due facce di una stessa medaglia, così che gli uni senza gli altri non valgono nulla. I primi sono diritti “di libertà”, che permettono di fare e non subire. I secondi diritti “di liberazione”, ossia diritti che, affrancando dalla povertà, dall’ignoranza, dal bisogno, mettono in grado di essere davvero liberi e di poter scegliere come usare la libertà. Basti pensare quanto poco vale il diritto di manifestazione del pensiero senza un diritto all’istruzione; la parità tra i generi senza autonomia economica.
Sono i diritti civili a far rumore quando riconosciuti, ma è l’attivazione dei diritti sociali che rende possibile il cambiamento attraverso una redistribuzione delle opportunità. Ecco perché la cultura woke con le sue rivendicazioni fa paura: rivendica una giustizia sociale effettiva e non solo sulla carta. Richiede visibilità nello spazio pubblico, richiede cambiamenti nei processi di decisione. Pretende un cambiamento negli assetti di potere che dia senso ai diritti ottenuti. Fa paura a chi quel potere lo detiene e non è disposto a perderlo. A perdere il suo privilegio di genere, di razza, economico e culturale. Di qui l’uso di termini come “cultura della cancellazione” per parlare di un movimento che al contrario non intende cambiare la storia, ma far sentire che può essere raccontata da più voci restate in silenzio, che la realtà è un po’ più complessa di come viene raccontata. Che i partiti politici annaspino davanti a queste questioni non stupisce, incapaci come sono da anni di intercettare problemi e fornire soluzioni.
Ma davvero è utile solo sottolineare le degenerazioni all’interno del movimento woke, distogliendo lo sguardo da una società che ha bisogno di ripensarsi per sopravvivere a sé stessa? È giusto provare disagio e resistere quando la lotta sociale è strumentalizzata per fini personali o di pochi, oppure quando scade in violenza, censura, dittatura della minoranza. Ma la risposta non può essere negare o banalizzare lo stato delle cose, la prevaricazione e l’oppressione che esiste nelle nostre comunità.
Il punto allora è quello di trovare modi per permettere al pluralismo di manifestarsi, non perché lo chiedono i woke, ma perché lo pretende la nostra Costituzione. Parlando di giustizia sociale, di pari opportunità, di nuove logiche di convivenza. Solo lo stolto può guardare il dito anziché la luna dietro al dito.


