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Le armi all’Ucraina non portano voti e Meloni lo sa bene

Le armi all’Ucraina non portano voti. E siamo di fatto già in campagna elettorale. Lo scrive chiaro e tondo Mario Lavia su Linkiesta. Se il campo largo consuma il suo tempo in chiacchiere e nei soliti psicodramma, il governo è costretto ad agire. E le cose non si stanno mettendo bene. La benzina è diventato un problema enorme, che erode consensi. Per questo Giorgia Meloni è entrata in modalità “sora Tentenna” sul dossier più impegnativo, l’Ucraina appunto. 

Tace, smentisce, fa e non lo dice. Una politica estera alla chetichella. È una condotta moralmente come minimo discutibile: invece di rivendicare la presenza italiana sul fronte anti-russo, Palazzo Chigi sembra vergognarsene. Mentre l’Europa non si sta dimenticando di Kyjiv, anzi, e lo grida ad alta voce. Gli sprovveduti cattocomunisti italiani che criticavano Keir Starmer per il suo impegno in prima fila assieme a Emmanuel Macron e credevano – da provinciali – che Andy Burnham mutasse rotta, si devono ricredere: la Gran Bretagna ha intensificato gli aiuti a Zelensky ed è pronta ad affrontare la minaccia di una guerra ibrida. 

Anche  il presidente francese ha rafforzato gli aiuti a Kyjiv, così che Meloni non ha potuto tirarsi indietro. Volenterosa ma di nascosto. Senza darlo a vedere. La premier aveva solo parlato dell’invio di generatori. In realtà l’impegno – e giustamente – è ben più corposo, e le ricostruzioni giornalistiche parlano chiaro: il governo ha taciuto l’impegno di inviare una nuova strumentazione anti-missili. Nell’ombra, per paura di scatenare Roberto Vannacci. Di affrontare una polemica esplicita con Matteo Salvini. 

Meloni sembra il Pd quando ha paura di innervosire Conte, il che è tutto dire. Il decreto interministeriale deve passare per il Copasir però il governo non l’ha ancora allertato. Ma non basta. Il Financial Times ha dato notizia dell’iniziativa di Paesi Bassi, Spagna e Polonia che hanno chiesto a Bruxelles di riaprire il dossier degli asset sovrani russi congelati nell’Unione europea e di studiare nuove modalità per usarli a sostegno dell’Ucraina. E l’Italia? Abbiamo chiesto inutilmente lumi al ministro della Difesa Guido Crosetto che ci ha risposto che non è una questione del suo ministero ma di Palazzo Chigi e della Farnesina. Ma su questa storia dello scongelamento degli asset russi da sempre il governo italiano è freddo. Non se n’è mai occupato. E non è certo il caso di farlo a pochi mesi dalle elezioni. 

Le armi non portano voti, d’accordo. Ma governare significa anche assumersi la responsabilità delle scelte che non portano consenso. Altrimenti non è più politica estera: è semplicemente campagna elettorale con il silenziatore della vigliaccheria.

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