L’estate rovente di Malagò che riceve la cittadinanza onoraria di Cortina mentre i conti delle Olimpiadi sono rosso fuoco
Primaonline racconta l’estate rovente del presidente della Federcalcio Giovanni Malagò. C’è qualcosa che comincia a diventare tormentoso nella prima estate di Giovanni Malagò alla guida della FIGC. Ci mancava soltanto l’ultimo scontro con Ezio Simonelli, presidente della Lega Serie A e vicepresidente vicario della Federazione, eletto all’unanimità su proposta dello stesso Malagò, sul sostegno tolto a Gianni Infantino. Un altro caso che si aggiunge alla quantità di polemiche che, in poche settimane, hanno finito per accompagnare praticamente ogni scelta del nuovo presidente federale.
Ieri è toccato al caso Infantino. Malagò ha deciso che la FIGC non sosterrà più la ricandidatura del presidente della FIFA, allineandosi a una parte ormai consistente delle federazioni europee. Simonelli ha protestato perché la decisione non era passata dal Consiglio federale, perché lui ne era stato informato soltanto la sera prima e perché non sapeva neppure se fossero state avvertite tutte le altre componenti. Ha aggiunto che Malagò avrebbe potuto aspettare ancora un po’. Una considerazione che, nelle stesse ore, ha assunto un significato particolare, perché dalla UEFA arrivavano segnali più distensivi verso la FIFA dopo le garanzie ricevute sull’abbandono del contestato progetto Fifa Forward Enterprise.
Sui media e sui social network la polemica si è sviluppata immediatamente, come ormai succede quasi sempre quando si parla della nuova FIGC. Questa volta, però, il terreno scelto per mettere in difficoltà Malagò sembra piuttosto scivoloso. I precedenti raccontano infatti che Carlo Tavecchio gestì direttamente il sostegno prima a Michel Platini, poi allo stesso Infantino e quindi ad Aleksander Čeferin. Neppure per l’endorsement a Infantino appena ritirato da Malagò risulta una precedente deliberazione del Consiglio federale.
Lo Statuto, inoltre, attribuisce al presidente la rappresentanza legale della Federazione e la possibilità, sentiti i vicepresidenti, di adottare sotto la propria responsabilità i provvedimenti amministrativi, tecnici e sportivi non espressamente attribuiti ad altri organi. Se dunque il problema è stabilire se Malagò avesse il potere di decidere, norme e precedenti sembrano stare dalla sua parte.
Simonelli, però, forse senza volerlo, ha raccontato qualcosa di più interessante: il modo in cui stanno cambiando i rapporti all’interno della maggioranza che aveva sostenuto Malagò e lo aveva portato alla presidenza federale con il 68,58% dei voti, contro il 29,17% ottenuto da Giancarlo Abete.
Soltanto pochi mesi fa il quadro era molto diverso. La Lega Serie A aveva avuto un ruolo determinante nella candidatura di Malagò e ancora a luglio Simonelli parlava di un calcio italiano in buone mani. Poi è arrivata la scelta di Roberto Mancini come commissario tecnico della Nazionale, sulla quale i club avevano espresso un orientamento diverso. Ancora pochi giorni fa Simonelli ha ricordato pubblicamente che la Serie A avrebbe preferito Antonio Conte e che Mancini era invece il nome sul quale Malagò puntava fin dall’inizio. Una volta presa la decisione, alla Lega non è rimasto molto altro che sostenerla.
Qualcosa di simile, naturalmente con ruoli e situazioni completamente differenti, era accaduto con Paolo Maldini e Leonardo. Maldini, nominato direttore tecnico della Nazionale, e Leonardo, scelto come suo consigliere, si erano dimessi dopo appena sedici giorni, in seguito al naufragio della candidatura di Andrea Pirlo alla panchina azzurra.
Adesso le parole di Simonelli lasciano intendere che anche nei rapporti con la principale Lega professionistica qualcosa potrebbe essersi incrinato. Una cosa, infatti, è avere il potere di prendere una decisione; un’altra è condividerla preventivamente con chi ha contribuito in maniera determinante a portarti alla presidenza. Ed è probabilmente questo il dato più interessante di quanto accaduto nelle ultime ore.
Intorno a Malagò, dal giorno della sua nomina alla presidenza, si è scatenato un rumore mediatico che ricorda i tamburi di guerra. Prima i casi Maldini, Leonardo e Pirlo; poi la scelta di Mancini e le reazioni dei club; la nomina di Diana Bianchedi, vicepresidente vicaria del CONI, a capodelegazione della Nazionale, con le verifiche avviate dallo stesso CONI su possibili profili di opportunità e incompatibilità; quindi il tesseramento di Malagò, tornato al centro delle cronache dopo che la Procura generale dello Sport ha sollecitato la Procura federale ad accertare se fosse regolare al momento della presentazione della candidatura; infine il caso Infantino, con Simonelli che prende pubblicamente le distanze.
Sono storie diverse, con protagonisti e origini differenti, ma tutte insieme stanno costruendo un racconto difficile dei primi mesi della nuova FIGC.
È semplicemente il prezzo che Malagò sta pagando per avere deciso molto e molto rapidamente? Oppure intorno alla sua presidenza si stanno progressivamente saldando interessi diversi che puntano a indebolirlo? E, se fosse così, fino a dove si vuole arrivare: a condizionarne le scelte, a ricostruire gli equilibri iniziali o addirittura a mettere in discussione la sua permanenza alla guida della Federazione?
Per sostenere che esista una regia servirebbero elementi che oggi non ci sono. Resta però un dato preoccupante: alcuni dei dissensi più evidenti stanno arrivando proprio da pezzi della maggioranza che aveva portato Malagò in via Allegri. Segno che qualcosa, nei rapporti interni, è già cambiato.
Poi c’è il calcio giocato, che alla fine può sistemare in novanta minuti quello che mesi di politica federale riescono a complicare. Il 25 settembre, all’Olimpico, l’Italia affronterà il Belgio e sarà soprattutto il ritorno in panchina di Roberto Mancini, la scelta sulla quale Malagò ha investito probabilmente più capitale politico da quando è arrivato alla FIGC. Vincere sarebbe molto più di un buon esordio della Nazionale; una sconfitta riporterebbe invece inevitabilmente alla ribalta molte delle storie che oggi viaggiano ancora separate.
Nel frattempo, quasi a completare un agosto di gioie e dolori, domani Malagò sarà a Cortina per ricevere la cittadinanza onoraria, riconoscimento legato al ruolo svolto prima nel percorso della candidatura olimpica e poi come presidente della Fondazione Milano Cortina 2026.
Un’onorificenza che arriva poco dopo la pubblicazione dei conti della Fondazione. Il bilancio 2025 si è chiuso con una perdita di 39,09 milioni di euro, che ha portato il deficit patrimoniale cumulato, al 31 dicembre, a 176,46 milioni. La Fondazione ha ricordato che i risultati andranno valutati soltanto alla conclusione dell’intero ciclo dei Giochi, quando saranno contabilizzati anche tutti i proventi del CIO. Ma quei 176 milioni di deficit hanno inevitabilmente riaperto la discussione sulla sostenibilità economica dell’operazione.


