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Come l’mRNA sta riscrivendo la medicina, un articolo di quasi due anni fa preannunciava i risultati di questi giorni

Nel mese di novembre del 2025 la rivista Espansione ha pubblicato un articolo di Emanuele Montomoli, ordinario di Igiene e sanità pubblica in cui scriveva che i vaccini contro il cancro non sono più fantascienza e proprio in questi giorni sono stati annunciati risultati molto importanti sul vaccino contro il melanoma. Ecco l’articolo di quasi due anni fa.

Emanuele Montomoli*.

Quando i vaccini a mRNA sono entrati per la prima volta nel dibattito pubblico, durante la pandemia, molti li hanno percepiti come una risposta d’emergenza, una tecnologia nuova arrivata a “salvare il mondo” nel momento più critico. Ma ciò che allora sembrava un capitolo straordinario della storia della scienza era solo l’inizio di un percorso molto più ampio. Oggi, mentre l’uso dell’mRNA per il COVID-19 è diventato routine sanitaria, la piattaforma sta assumendo un ruolo diverso: non più soluzione provvisoria, ma motore strutturale della medicina del futuro. La rivoluzione non sta solo nella rapidità con cui i vaccini possono essere aggiornati — una caratteristica che ha mostrato tutta la sua forza con le varianti del SARS-CoV-2 — ma nel fatto che lo stesso linguaggio biologico può essere riscritto per affrontare malattie completamente diverse tra loro. È qui che la storia cambia direzione: dall’emergenza sanitaria alla medicina personalizzata.

Uno dei campi più avanzati è l’oncologia. I vaccini contro il cancro non sono più fantascienza, ma un filone in pieno sviluppo clinico. Il caso più emblematico è quello del melanoma, dove un vaccino a mRNA progettato per ogni singolo paziente — sviluppato da Moderna con Merck — ha dimostrato di ridurre significativamente il rischio di recidiva, al punto che gli oncologi parlano già di “nuovo standard terapeutico” in combinazione con l’immunoterapia tradizionale. Quel risultato ha aperto la strada a studi su tumori del polmone, pancreas, mammella, colon e altri ancora. La logica è semplice e potente: invece di colpire il cancro in modo generico, si insegna al sistema immunitario a riconoscere le mutazioni esatte di quel tumore, come se gli si consegnasse una carta d’identità del nemico.

Ma l’oncologia non è l’unico fronte. Il vaccino a mRNA contro l’HIV, dopo quarant’anni di tentativi falliti con le tecnologie classiche, è ora in fase di sperimentazione umana, con l’obiettivo di indurre anticorpi capaci di neutralizzare le varianti più elusive del virus. Lo stesso vale per la malaria, dove BioNTech ha avviato un trial clinico per un vaccino che punta a superare i limiti storici dei vaccini tradizionali, spesso poco efficaci e difficili da produrre. Per la tubercolosi, altra malattia che uccide oltre un milione di persone ogni anno, l’mRNA rappresenta una possibile alternativa dopo decenni di stasi scientifica.

Esistono poi applicazioni ancora più sorprendenti, che vanno oltre il concetto stesso di vaccino preventivo. In alcune malattie rare — come l’acidemia propionica, in cui manca un enzima fondamentale per il metabolismo — l’mRNA viene utilizzato non per educare il sistema immunitario, ma per fornire alle cellule le istruzioni per produrre la proteina mancante. In modelli sperimentali funziona: il corpo riprende a produrla, e le crisi metaboliche si riducono drasticamente. È lo stesso principio che un giorno potrebbe essere applicato anche alle malattie autoimmuni: invece di sopprimere il sistema immunitario, si potrebbe “riprogrammarlo” perché smetta di attaccare il proprio corpo, senza azzerare le difese contro virus e batteri. Uno studio su modelli di sclerosi multipla ha mostrato risultati preliminari in questa direzione, aprendo un filone di ricerca completamente nuovo. Tutto questo non avviene nel vuoto. Attorno alla tecnologia mRNA si sta muovendo un’intera strategia geopolitica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avviato un programma globale per trasferire competenze e tecnologie a Paesi che finora sono rimasti esclusi dalla produzione farmaceutica avanzata. L’obiettivo è semplice: non arrivare impreparati alla prossima pandemia e, allo stesso tempo, rendere accessibile la piattaforma anche per malattie endemiche come dengue, febbre Lassa, HIV o malaria. Alcuni Paesi stanno già costruendo impianti produttivi locali, dall’Africa all’America Latina, mentre Canada, Australia ed Europa stanno investendo per garantire autonomia strategica nella produzione di vaccini mRNA. È un passaggio storico: la biotecnologia come infrastruttura di sicurezza nazionale. Naturalmente, non si tratta di un percorso lineare né privo di limiti. I vaccini a mRNA richiedono ancora catene del freddo affidabili, investimenti elevati e normative flessibili ma rigorose. Alcune applicazioni sono già promettenti, altre sono solo all’inizio. Ma il punto è che, per la prima volta, esiste una piattaforma capace di adattarsi quasi in tempo reale a ciò che ancora non conosciamo: virus nuovi, tumori diversi in ogni paziente, mutazioni imprevedibili.

Se il Novecento è stato il secolo degli antibiotici, il XXI secolo potrebbe essere quello dell’mRNA. Una tecnologia che non sostituisce tutto ciò che già esiste, ma che cambia la logica con cui ci difendiamo dalle malattie: non più reagire quando arrivano, ma anticiparle, personalizzarle, controllarle. O, come qualcuno già dice nei congressi internazionali, “passare dalla medicina della malattia alla medicina dell’informazione biologica”. Il risultato non sarà solo clinico, ma culturale. Perché questa volta non stiamo parlando di un nuovo farmaco, ma di un nuovo alfabeto. E quando cambia il linguaggio della scienza, cambia anche il modo in cui immaginiamo la salute, la cura e il futuro.

*Emanuele Montomoli è ordinario di Igiene e sanità pubblica all’università di Siena

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1 Commento
Finalmente una risposta scientificamente seria !
Finalmente una risposta scientificamente seria !
5 giorni fa

Giuseppe Gotti

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