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L’immigrato piace solo se è di successo

Semiologi e sociologi improvvisati, ci scateniamo tutti nei confronti tra il pessimo ranking del calcio italico e i successi medagliati dell’atletica e del nuoto, ma anche di automobilismo, tennis e scherma, dove i tricolorati sono tra i migliori al mondo, in vetta, sul podio, scrive Battista Falconi su StartMag. L’eziologia è quasi automatica. Nel calcio ci sono troppi soldi e anche troppe donne, verrebbe da dire leggendo alcune cronache, genitori invasati sulle tribune che inveiscono contro allenatori e arbitri alle partitelle dei figli e poi Infantino, che vuol le partite il contorno di un costoso show-biz gestito da privati, manco fosse il baseball. Annotazione, quest’ultima, che stabilisce un immotivato classismo tra discipline sportive e non tiene conto di quanto la pecunia condizioni anche le gare di F1, basket e tennis, solo per dirne qualcuna.

Convince poco anche la considerazione causale secondo cui il calcio declina perché non ci sono più i vivai e si comprano presunti campioni a suon di milioni, inflazionando di stranieri persino i campionati e le squadre minori. Intanto, va compreso perché le famiglie spingano sempre più i figli su altri campi, a rincorrere e passarsi palloni da volley e ovali da rugby, nelle piscine a nuotare e tuffarsi, nelle palestre e nelle piste a correre, saltare, fare giochi di equilibrio. Forse la spiegazione include la tardiva ma semplice constatazione che il calcio è un gioco poco atletico, anche in seguito al tecnicismo che lo affligge da qualche decennio, salvo eccezioni funamboliche non allena particolari capacità, annacqua nel protagonismo individuale lo spirito di squadra che è invece indispensabile in altre discipline. Per divertirsi ed emergere c’è insomma altro, c’è di meglio.

Ma lo spiegone è ancor meno convincente perché lamenta l’invasione, l’immigrazione di presunti campioni, quando anche gran parte dei protagonisti dei successi sportivi italiani sono stranieri di diversa generazione: colori caffellatte, soma chiaramente afro e maglietta azzurra. Eppure, tutti ad applaudirli ed esaltarli come italiani campioni e primatisti del mondo. Va così: l’immigrato piace se è bravo.

Con un multiplo carpiato con avvitamento, passiamo dallo sport alla formazione, che peraltro condividono la gioventù come specifica anagrafica. Anche nell’università piace lo straniero, meglio se ulteriormente svantaggiato. Lo mostra la tragica vicenda di Jason Arday, il più giovane professore nero di Cambridge, di famiglia popolare e autistico. Salito su una delle cattedre più prestigiose del mondo come simbolo di integrazione e inclusione è stato poi accusato di plagio, si è dimesso ed è morto pochi giorni, forse suicida. Aprendo una guerra tra chi accusa di averlo insediato per propaganda woke e chi addebita la morte all’hating che ha accompagnato le dimissioni.

Gli atenei sono in una perenne guerra commerciale nel quale il marketing è fondamentale. Viene utilizzato soprattutto per incentivare le iscrizioni, spesso a rischio di facilitare lo svolgimento dei corsi abbassando gli standard di formazione, ma anche ospitando docenti pop che attraggano pubblico. Temiamo che il povero Arday sia stato finito in questo meccanismo.

Beninteso, gli immigrati veri piacciono molto meno. Ceuta è il detonatore che ha fatto esplodere in Europa le convergenti ribellioni bipartisan di Italia e Danimarca, il contrasto tutto interno tra Germania e Italia, le contraddizioni del governo Sanchez.

L’impressione è che sempre più l’UE seguirà gli esempi degli Usa e degli altri confini che si chiudono all’ingresso indiscriminato delle masse di cosiddetti disperati. Speriamo non ne facciano le spese le reali vittime che scappano dai tanti inferni ospitati in Terra e che si giunga a un “neocolonialismo”, per dirla alla Sergio Romano, per diffondere più ecumenicamente i principi basici della civiltà. Cosa che, precisiamolo, sarebbe molto diversa dall’esportazione della democrazia finora malamente attuata dagli States.

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