Il trambusto melodrammatico del caso Lavitola-Ranucci
Il trambusto del caso Lavitola-Ranucci nel Graffio di Francesco Damato pubblicato da StartMag. Gli inquirenti che si tengono ben stretto in carcere a Rebibbia Valter Lavitola, diffidando della sua pur rilevante confessione di mandante dell’attentato non alla persona ma alle cose di Sigfrido Ranucci, debbono avere letto con molto interesse il racconto che il direttore di Repubblica Stefano Cappellini ha fatto delle vicende di cui loro si occupano, e che lui ha in qualche modo vissuto di persona. Almeno da quando gli capitò, non ancora direttore del suo giornale ma già nella squadra di vertice, di cenare con Lavitola nel suo ristorante romano di pesce chiamato Cefalù e di scambiare poi con lui opinioni e quant’altro in un intreccio di messaggi e telefonate note agli inquirenti perché già intercettate, recuperate o recuperabili esplorando i mezzi elettronici sequestrati.
Si vedrà dagli sviluppi delle indagini se le curiosità degli inquirenti sono state soddisfatte o sono aumentate, tanto da indurre i magistrati a interrogare Cappellini come persona informata dei fatti. Cosa che forse il direttore di Repubblica ha cercato di evitare scrivendone spontaneamente su un’intera pagina, con tanto di richiamo in prima col titolo “Lavitola, il sondaggio e il mestiere del giornalista”.
Lavitola -peraltro riuscito un po’ a incantare o incuriosire anche Fulvio Abbate, che ne ha parlato alla Stampa come di un simpatico e “autentico talento umano”, alla ricerca di un “riscatto” dopo le disavventure giudiziarie del passato- mise letteralmente in croce anche Cappellini, come l’ex direttore del Corriere della SeraPaolo Mieli e altri, per essere aiutato a predisporre con le domande giuste un sondaggio su un imprecisato candidato alla guida del campo largo dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni.
Da buon giornalista a Cappellini interessò subito più conoscere il nome del sondaggiato, diciamo così, che contribuire alla formulazione delle domande da sottoporre ai sondati. E saltò sulla sedia quando Lavitola, dopo molte resistenze, gli fece il nome di Ranucci. Che, pur noto col suo Report e le polemiche che riusciva a provocare, aveva per Cappellini zero possibilità di competere, forse neppure come candidato parlamentare del campo largo. Figuriamoci come presidente del Consiglio, in concorrenza con la segretaria del Pd Elly Schlein e l’ex premier Giuseppe Conte. Ma Lavitola ormai aveva perso la testa per l’amico, che cercava di aiutare parlando di uno strepitoso ma misterioso, improbabile sondaggio favorevole di fonte americana già effettuato.
Si può pensare, come io penso avendo avuto rapporti amichevoli con lui in anni passati, che Lavitola si fosse messo in testa non più di entrare nel giro stretto di un leader- come era riuscito a fare a suo tempo con Silvio Berlusconi venendo però alla fine allontanato per gli interventi di Nicolò Ghedini e di Gianni Letta- ma di creare lui personalmente un leader, prenotandosi per i corridoi di Palazzo Chigi nella peggiore delle ipotesi, chissà per cosa o dove con più fortuna.
Il problema a questo punto è di sapere, capire e quant’altro, come cominciò a sospettare Cappellini, se Ranucci sia stato semplicemente vittima di Lavitola, subendone l’attentato promozionale, o la “bomba amica” evocata in televisione da Mieli, o ben consapevole e consenziente della carriera politica che l’amico gli voleva procurare. E’ un problema dai risvolti forse anche giudiziari, che si saranno già posto gli inquirenti, ma ancor più etici per un giornalista, peraltro del servizio pubblico quale ancora si considera la Rai. Dove hanno già avvertito nelle pur ancora segrete valutazioni di un apposito comitato che ha riferito al vertice aziendale, il calo di reputazione, credibilità e persino di raccolta pubblicitaria, intervenuto col modello Ranucci di Report, produttore più di polemiche e querele che di informazioni inedite e giornalismo cosiddetto investigativo.
Se queste polemiche fossero state o dovessero risultare funzionali non solo al mestiere giornalistico di Ranucci ma anche alla dimensione politica che si era proposto di creargli Lavitola, il danno per il giornalismo, televisivo ma anche di carta stampata, sarebbe enorme. Un giornalismo, quello di Ranucci, dal metodo definito “spregiudicato” da Selvaggia Lucarelli, che pure è frequentemente sbrigativa, a dir poco, nell’esercitare la stessa professione.


