Caso Ranucci, non c’è nulla di più umano della vanità
Matteo Menetti Cobellini.
C’è qualcosa di profondamente teatrale nella parabola di Sigfrido Ranucci. Non parlo dell’attentato, che resta un fatto gravissimo e sul quale saranno le indagini a stabilire responsabilità e moventi. Parlo di ciò che viene prima e soprattutto di ciò che viene dopo: della costruzione, quasi involontaria ma ormai evidentissima, di un personaggio.
Ranucci non è soltanto un giornalista. È diventato, nel racconto che fa di sé e che altri fanno di lui, 𝗶𝗹 𝗚𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗮: quello che sfida il potere, che viene minacciato, che indaga, che resiste, che combatte. Una figura che appartiene più alla mitologia civile che alla normale biografia professionale. Ed è proprio qui che comincia il problema.
Perché la vanità, nella sua forma più raffinata, non consiste nel guardarsi allo specchio e compiacersi del proprio volto. Consiste nel compiacersi della 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝗹𝗲𝗴𝗴𝗲𝗻𝗱𝗮. È la vanità di chi non si limita a fare il proprio mestiere, ma finisce per abitare il ruolo che si è costruito intorno al mestiere. Quella sottile ubriacatura che nasce quando la propria storia personale diventa più importante dei fatti che si raccontano.
La vicenda Lavitola rende tutto questo grottesco fino al paradosso. Un uomo che Ranucci considerava amico viene indicato dagli inquirenti come l’organizzatore dell’attentato; Lavitola ha poi sostenuto di averlo fatto «per il suo bene», mentre nelle ricostruzioni investigative compare anche l’ipotesi di una strategia destinata ad accrescere la notorietà del giornalista.
Se Ranucci era davvero all’oscuro di tutto — e fino a prova contraria questa è la posizione da rispettare — allora non è un complice: è un uomo che ha evidentemente riposto una fiducia assai discutibile nella persona sbagliata.
Ma resta, immobile, una domanda, molto più sottile e molto più interessante di qualsiasi insinuazione giudiziaria:
𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝘀𝗮, 𝗽𝗲𝗿 𝘂𝗻 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗮, 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗮𝗽𝗲𝘃𝗼𝗹𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗼 𝘂𝗻 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼?
Perché il giornalista dovrebbe coltivare il dubbio, non la propria immagine. Dovrebbe diffidare delle narrazioni troppo perfette, soprattutto quando lo collocano esattamente nel ruolo dell’eroe.
La vera indipendenza, a volte, consiste anche nel sospettare di se stessi.
E forse il punto più malinconico di questa storia è proprio questo: un uomo che ha fatto della demistificazione il proprio mestiere rischia di essere rimasto 𝗽𝗿𝗶𝗴𝗶𝗼𝗻𝗶𝗲𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝗺𝗶𝘁𝗼.
Non c’è nulla di più umano della vanità.
Ma per chi pretende di raccontare la realtà degli altri, la vanità personale può diventare una forma particolarmente insidiosa di cecità.


