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La bandiera stropicciata, la legenda sbagliata e la forma che è sostanza

Le polemiche seguite alla presentazione della nuova bandiera dell’Università di Siena meritano qualche riflessione. Lo scrive la consigliera comunale del Pd e docente universitaria Gabriella Piccinni su Oltreilponte, approfondendo alcune considerazioni di sfogliamo.eu. Non convince la qualità del manufatto, che dalle immagini appare stampato su un tessuto che sembra ben lontano dalla seta; non convince la presentazione sorprendentemente trascurata — con la bandiera persino spiegazzata tra le mani del Rettore e della direttrice generale nelle fotografie ufficiali — e soprattutto pesa il fatto che si perpetuino errori introdotti già da alcuni anni nella riproduzione del sigillo dell’Ateneo.

L’errore più evidente riguarda la legenda. La sigla S: (che significa Sigillum) è stata spostata dalla posizione originaria, all’inizio della scritta, alla fine, trasformando + S: UNIVERSITATIS SENARUM nell’inedito UNIVERSITATIS SENARUM + S:  Una modifica priva di giustificazione, che contraddice sia la tradizione storica sia le Linee guida approvate dall’Università nel 2012 per l’utilizzo del proprio logo. 

Un sigillo, uno stemma o una bandiera non sono nostalgie: vanno trattati con la stessa cura che si riserva ai libri antichi, ai documenti d’archivio o al labaro, che è da sempre un manufatto cerimoniale ricamato e realizzato con cura impeccabile. Ma il punto non è questo. O, almeno, non è solo questo. 

Quando un’Università decide di dotarsi di una bandiera non produce un semplice supporto promozionale, sceglie il modo più immediato con cui rappresentarsi nello spazio pubblico. Sventolerà sul palazzo del Rettorato, comparirà nelle fotografie ufficiali. Diventerà il volto dell’istituzione. E quel volto racconta la sua storia, la sua reputazione, la sua identità e la qualità della comunità che rappresenta.

Le Università sono comunità della memoria, che custodiscono sigilli, stemmi, colori, insegne non come elementi decorativi, ma come sedimentazione di secoli di storia, base di un’autorevolezza che si proietta nel futuro. Il sigillo dell’Università di Siena ne è un esempio straordinario. L’immagine di Santa Caterina d’Alessandria attraversa i secoli, dal sigillo medievale alla mazza del bidello del Quattrocento, fino alla rielaborazione approvata dalla Consulta araldica del Regno d’Italia nel 1896 e alla stilizzazione che ne fece per la prima volta Carmela Ceccherelli nel 1918, mantenendo sempre gli elementi iconografici araldici dell’originale. Ogni elemento –  la ruota del martirio, la palma, la “M” della Domus Misericordiae, la Balzana, l’aquila imperiale, la legenda gotica – è stato studiato, nulla è lasciato al caso.

Un’università insegna il valore della precisione. Chiede agli studenti rigore nelle citazioni, accuratezza nell’uso delle fonti, attenzione ai dettagli. Dovrebbe pretendere da sé la stessa cura quando costruisce la propria immagine pubblica. 

C’è poi un ultimo aspetto, forse il più significativo. Tutto questo accade a Siena,  che è una città nella quale anche le bandiere fanno parte del patrimonio culturale civico. Da secoli le sue maestre bandieraie progettano e confezionano a mano i vessilli delle Contrade, custodendo un sapere unico fatto di tessuti (l’ermesino così cangiante), ricami (il punto bandiera che produce costure spesse che danno profondità al drappo e sono perfette sui due lati), di precisione araldica e assoluto rispetto dei simboli. A Siena una bandiera non è mai un semplice pezzo di stoffa, è un oggetto che può mostrare i suoi due lati senza perdere mai nulla della sua luminosità. L’Università avrebbe potuto trasformare questa nuova bandiera in un’occasione per valorizzare un’eccellenza artigianale della città e mettere in dialogo la storia dello Studio senese con una delle sue tradizioni prestigiose.

La questione, dunque, va oltre il giudizio estetico. Non si tratta di dire che la bandiera è “brutta”. Si tratta di ricordare che un’Università, più di qualunque altra istituzione, dovrebbe sapere che, quando sono in gioco i simboli, la forma è parte della sostanza. E a Siena, sbagliare proprio una bandiera significa perdere l’opportunità di raccontarsi con la dignità che quasi otto secoli di storia meritano.

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