Gaetano Filangieri, in un libro la riscoperta della modernità di un pensatore antico
di Biagio Marzo.
A Michele Drosi, autore di Gaetano Filangieri – Riformista Garantista – A.P. Editrice Tipografica – , vanno i miei più sentiti ringraziamenti: mi ha dato la possibilità di leggere un testo interessantissimo che coniuga uno dei più bei periodi storici del Meridione – l’Illuminismo napoletano – con l’Italia del XXI secolo, nel cui anno di grazia 2025 ci apprestiamo a votare in primavera per il referendum sulla giustizia. Grazie a Drosi riscopriamo la figura di Gaetano Filangieri, la cui visione della giustizia è così moderna che, dopo tre secoli, siamo ancora alle prese con una riforma di cui egli fu autentico precursore. Drosi, nel suo libro, dissotterra il filosofo e il giurista napoletano, riportandolo alla luce, con la modernità che merita. La storia lo aveva relegato nel dimenticatoio; egli gli restituisce onore e merito. Filangieri, morto giovane, fu – pur da laico – un uomo caro a Dio per la sua fiducia nell’umano e nella ragione. Ho voluto riassumere il testo a modo mio, senza spezzare il filo rosso del pensiero filangieriano e delle chiavi interpretative, passate e presenti, contenute nel lavoro di Drosi. L’Illuminismo napoletano rappresentò, nel Settecento europeo, un laboratorio intellettuale unico, in cui la ragione non fu un esercizio astratto ma una forza destinata a modificare la struttura stessa della società. Napoli, capitale contraddittoria e immensa, sospesa tra la magnificenza cortigiana e la miseria popolare, divenne il terreno fertile in cui maturò un movimento che volle riformare il Regno dalle sue fondamenta: l’economia, la giustizia, l’istruzione, il rapporto tra sudditi e sovrano. Figure come Antonio Genovesi, Domenico Cirillo, Mario Pagano, Giuseppe Palmieri e Ferdinando Galiani animarono questa stagione, ma al centro della scena si staglia Gaetano Filangieri, il riformatore più sistematico e audace, l’autore della “Scienza della Legislazione”, uno dei testi giuridici più influenti dell’età moderna. Filangieri fu un pensatore globale ante litteram.
La sua visione teneva insieme il liberalismo delle garanzie individuali e il giacobinismo delle riforme radicali: da liberale volle limitare l’arbitrio del potere; da giacobino immaginò una società più giusta, fondata sull’eguaglianza sostanziale, sulla chiarezza delle leggi e sulla dignità dell’imputato. Il suo pensiero non rimase confinato nel Regno di Napoli: la massoneria, di cui fu membro consapevole, svolse un ruolo decisivo nella diffusione della “Scienza della Legislazione in Europa”, in America del Nord e in America Latina. Benjamin Franklin dialogò con Filangieri e ne trasse ispirazione per la costruzione dell’esperimento costituzionale americano; Simón Bolívar considerò le sue idee un riferimento nella nascita delle nuove repubbliche sudamericane, grazie alla rete internazionale delle logge che ne diffusero i principi. Il nodo centrale della sua opera fu la riforma della giustizia.
Nel Regno di Napoli sopravviveva un processo inquisitorio fondato su indizi spesso arbitrari, su confessioni estorte, sulla sovrapposizione dei ruoli del giudice, che era al tempo stesso inquisitore, accusatore e valutatore. L’indizio era elevato a prova, il sospetto diventava colpa, il carcere una condanna anticipata. Le prigioni borboniche erano luoghi malsani, sovraffollati, privi di assistenza, dove il detenuto languiva in attesa di un processo lento e incerto. Filangieri denunciò la natura disumana di questo sistema proponendo un modello completamente nuovo, anticipatore del moderno processo accusatorio: distinzione dei ruoli, contraddittorio reale, fine dell’onnipotenza del giudice istruttore, obbligo per il magistrato di motivare sia le sentenze di condanna sia quelle di assoluzione, poiché anche l’assoluzione è un atto giuridico che richiede rigore e trasparenza. Il processo, scriveva, deve essere un percorso razionale, non un rito di espiazione fondato sul sospetto.
Proprio qui si inserisce, con perfetta coerenza, la sintesi alta dei tre grandi riformatori del diritto penale moderni: Beccaria fondò il diritto penale su legalità, proporzionalità e umanità; Verri spiegò la pena come economia delle passioni e condannò l’inutilità della tortura; Filangieri, infine, collocò la giustizia al centro dell’architettura dello Stato razionale, anticipando il processo accusatorio e la riforma delle carceri. Tre vie diverse che, insieme, hanno edificato la civiltà giuridica contemporanea. A distanza di oltre due secoli, l’attualità di queste riflessioni è straordinaria. Le carceri italiane ripropongono molte delle criticità del passato: sovraffollamento, suicidi, carenze strutturali, mancanza di programmi di reinserimento, personale insufficiente. Il carcere resta troppo spesso una discarica sociale, lo strumento con cui lo Stato supplisce alle proprie inefficienze. Nell’Italia di oggi, che discute di separazione delle carriere, di riforma del CSM, di durata dei processi, l’eredità di Filangieri appare ancora un orizzonte non raggiunto. Il pensatore napoletano ci ricorderebbe tre verità elementari: una giustizia lenta è una giustizia ingiusta; la distinzione dei ruoli non è un favore corporativo ma una garanzia per il cittadino; la pena deve essere extrema ratio, mai vendetta istituzionale. È legittimo domandarsi quale sorte avrebbe conosciuto Filangieri se avesse vissuto abbastanza a lungo da assistere alla caduta della Repubblica napoletana del 1799 e alla Restaurazione borbonica. Guardando ai destini di Cirillo, Pagano, Carafa e degli altri illuministi condannati alla forca, la risposta è amara: anch’egli sarebbe quasi certamente finito impiccato nelle piazze di Napoli. Le sue idee erano troppo sovversive per un potere incapace di distinguere tra riforma e sedizione. Morendo nel 1788 evitò la persecuzione, ma la sua opera sopravvisse, custodita proprio da quella massoneria che la monarchia riteneva sovversiva.
L’Illuminismo napoletano fu sconfitto nei fatti, ma vinse nelle idee. La Scienza della Legislazione continuò a viaggiare mentre il Regno restava fermo. E oggi, nell’epoca del giustizialismo intermittente, del sospetto eretto a prova, della politica che trasforma la giustizia in terreno di scontro permanente, Filangieri resta un maestro scomodo: troppo moderno per essere celebrato, troppo radicale per essere ignorato. Il messaggio che ci consegna è semplice e terribile: non c’è libertà senza giustizia, non c’è giustizia senza ragione, non c’è ragione senza leggi chiare, eque, universali. Ed è qui che si innesta la chiosa politico-culturale necessaria: l’Italia repubblicana, che pure ha conosciuto grandi stagioni riformatrici, non ha ancora raggiunto l’orizzonte filangieriano. La politica continua a inseguire l’emergenza, la magistratura combatte guerre intestine, il carcere resta il luogo dove si misura la distanza tra Costituzione e realtà. Ritornare a Filangieri non è esercizio erudito: è un atto di igiene civile. Significa ricordare che la sinistra, se vuole essere forza di governo e non soltanto di testimonianza, deve ricostruire il rapporto tra giustizia e uguaglianza, tra legalità e dignità sociale. Perché una democrazia che rinuncia alla riforma della giustizia rinuncia a se stessa. E una sinistra che ignora Filangieri smarrisce la propria missione storica: costruire una società in cui la legge non sia un’arma, ma un patto di libertà.
Come ammoniva lo stesso Filangieri: “Le leggi sono giuste solo quando rendono gli uomini più liberi”. Il resto è dominio, non civiltà. E, a ben vedere, il merito maggiore del libro di Michele Drosi è proprio questo: aver restituito Filangieri alla sua patria ideale, che non è soltanto Napoli o il Settecento, ma la grande tradizione civile italiana che ancora cerca il suo equilibrio tra libertà e giustizia. Drosi non si limita a raccontare un filosofo; lo ricolloca nella storia come riformatore possibile del nostro presente, come bussola morale in una stagione in cui la politica sembra aver smarrito il senso delle istituzioni e la giustizia il senso della misura. Il suo Gaetano Filangieri – Riformista Garantista dimostra che i classici non sono mai antichi: sono contemporanei non appena qualcuno ha il coraggio di rileggerli con onestà, rigore e passione civile. E allora comprendiamo che il cammino iniziato da Filangieri non è concluso: ci spetta l’onere, e l’onore, di proseguirlo. Perché una Repubblica che non sa ascoltare i suoi migliori riformatori è una Repubblica che rischia di perdere se stessa.






