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Addio a Mary de Rachewiltz, la figlia di Ezra Pound fin da piccola legata a Siena

Andrea Bianchi Sugarelli.

È morta il 24 luglio scorso, a 101 anni, Mary de Rachewiltz, figlia di Ezra Pound e della violinista Olga Rudge, poetessa, traduttrice, custode tenace di una delle opere capitali del Novecento. E sorprende, senza bisogno di alzare i toni, che una notizia simile sia passata a Siena in un silenzio quasi irreale, come se si trattasse di una figura lontana, marginale, estranea. Non lo era. Per storia familiare, per biografia intellettuale, per lavoro culturale, Mary de Rachewiltz apparteneva anche a questa città. Con lei scompare non soltanto l’erede di un nome immenso, ma una figura autonoma, severa, appartata, che ha dedicato la vita a tenere viva la parola del padre senza mai smarrire la propria. E colpisce, appunto, il silenzio che ha accompagnato questa morte. Non quella di una presenza occasionale, ma di una protagonista della cultura europea, alla quale si devono anche le due edizioni dei Meridiani Mondadori dedicate a Pound.

Il legame di Mary con Siena passava anzitutto dai genitori. Nelle pagine di Discretions, la sua autobiografia, Siena appare come una ‘capitale’ di formazione e di rivelazione. È la città dove la madre Olga Rudge lavorò a lungo per l’Accademia Musicale Chigiana, chiamata dal conte Guido Chigi Saracini e divenuta figura centrale dell’istituzione, fino alla fondazione del Centro di Studi Vivaldiani. Ma è anche la città dove Mary de Rachewiltz, ancora ragazza, entrò in contatto con un mondo da “mancare il respiro per la sua bellezza” e che le appariva lontanissimo dalla sua infanzia tirolese, spartana e contadina.

La descrizione è vivissima. Ezra Pound, scrive, le mostrava Siena “pietra per pietra, come aveva fatto con Venezia”. La conduceva tra i dipinti, le chiese, le strade, fino in Fontebranda per risalire a San Domenico, “dove lo spirito è chiaro nella pietra”. Non è solo un ricordo, è una dichiarazione d’amore per una città che la poetessa imparò a leggere attraverso l’arte, la storia e la voce del babbo.

Nelle sue memorie, mamma Olga, emerge come una presenza di eccezionale forza. Mary la ricorda prima di tutto come musicista, una violinista vera, rigorosa, capace però di sacrificare per mesi il proprio strumento al lavoro organizzativo e di ricerca. Scrive con ammirazione che per vivere la madre dovette affidarsi “al fascino, al gusto nel vestire, al savoir faire, al francese e all’italiano fluenti, e naturalmente al suo talento organizzativo e alla sua conoscenza della musica e dei musicisti”. È un ritratto bellissimo, non mondanità, ma disciplina trasformata in opera.

Al centro di tutto c’era Palazzo Chigi Saracini. Mary de Rachewiltz lo evoca come il luogo di una musica colta, alta, di una civiltà dell’ascolto, di una cultura che aveva ancora il volto del mecenatismo. Del conte Chigi scrive che era “l’ultimo perfetto mecenate rinascimentale”: elegante, autoritario, innamorato di Siena, del Palio e della musica. E aggiunge che la grande rinascita vivaldiana “cominciò a Siena, passando per Venezia e Rapallo”.

In questa lunga storia, anche senese, Mary non è mai stata una comparsa. Non stava sotto i riflettori, ma in quel punto più difficile e più necessario dove le cose vengono salvate, custodite, passate di mano in mano perché non vadano perdute. Ha tradotto integralmente i Cantos, ha portato in italiano poeti americani, ha scritto versi che le venivano dal cuore, ha difeso carte, lettere, memorie. Ha custodito un’eredità immensa senza farsene schiacciare né dal peso della memoria né dalle complessità ideologiche novecentesche. La bella e storica Siena, per lei, non fu un semplice scenario di famiglia, né una città da attraversare in controluce. Fu uno dei luoghi in cui capì chi fossero davvero sua madre e suo padre, e forse anche se stessa.

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