Come fermare una persona che manifesta comportamenti aggressivi e rifiuta di identificarsi senza ricorrere a forme di coercizione
Il direttore Alessandro Sallusti su Libero scrive che il caso della morte di Abderrahim Fakir durante un controllo di polizia non possa essere giudicato prescindendo dalle condizioni operative in cui agiscono gli agenti. Sallusti richiama le parole del segretario milanese del sindacato di polizia Pasquale Griesi sulla cosiddetta “cintura di Batman”, osservando che gli strumenti in dotazione alle forze dell’ordine, anziché garantire impunità, espongono spesso gli operatori al rischio di conseguenze giudiziarie ogni volta che vengono utilizzati. A suo giudizio, mettere in discussione il ricorso alla forza entro i limiti fissati dalla legge significa indebolire la stessa funzione della polizia. Sallusti osserva che il punto centrale del dibattito dovrebbe essere un altro: come fermare una persona che manifesta comportamenti aggressivi e rifiuta di identificarsi senza ricorrere a forme di coercizione. Pur riconoscendo l’esistenza di protocolli operativi, sostiene che nessuna procedura possa prevedere tutte le situazioni concrete nelle quali gli agenti sono chiamati a intervenire in pochi istanti. Per questo ritiene improprio giudicare a posteriori decisioni assunte in condizioni di pericolo reale, sottolineando che anche la sicurezza e l’incolumità dei poliziotti meritano la stessa tutela riconosciuta a ogni altro cittadino. Sallusti conclude che l’elevato numero di controlli e identificazioni effettuati ogni anno, a fronte di un numero molto limitato di episodi problematici, dimostra la professionalità delle forze dell’ordine e la solidità dello Stato di diritto. Le polemiche sorte dopo il caso Fakir rappresentano invece, secondo Sallusti, uno scontro politico che finisce per delegittimare il lavoro della polizia anziché affrontare il problema concreto della sicurezza.





