Il caso Montedomini e le disposizioni che attuano opere pie ed enti affini
Il cronista de La Nazione si è finto turista ed è andato a dormire una notte in uno degli appartamenti dell’Asp Montedomini. Il problema particolare della gestione degli immobili di questo ente controllato dal Comune di Firenze ci stimola a riflettere sull’utilizzo dei tanti beni di enti morali e affini che donano tante persone per fini diversi da quelli messi in pratica dai destinatari. Talvolta sono opere pie che devono eseguire disposizioni testamentarie. Sarà sempre così? Intanto leggiamo quello che ha scovato il cronista fiorentino.
Sullo stemma araldico che sovrasta la prima rampa di scale, spicca l’incisione della fondazione Giovanni e Silvio Fusi, da cui la palazzina di via Vacchereccia prende il nome e nella quale, per testamento dei due fratelli, avrebbero dovuto trovare asilo le “famiglie povere della città di Firenze”. Basta salire qualche scalino, però, per capire che di famiglie povere e di fiorentini, non c’è traccia.
Questo perché lo storico edificio nel cuore di piazza della Signoria – messo a bando nel 2021 dall’Asp Montedomini nella quale è confluita la Fondazione Fusi e quindi la proprietà della palazzina – oggi è un hotel a quattro stelle della catena Ognissanti Hotels (che ha altre sei strutture in città), animato da soli turisti pronti a tutto per una camera con vista su Biancone e Palazzo Vecchio.
Per una giornata ci siamo armati anche noi di valige e mappa della città, fingendoci turisti a spasso per la Toscana. La nostra stanza è al terzo di quattro piani. L’arredamento – rinnovate nel 2024 – è elegante, ma non di lusso. Gli schiamazzi di ristoranti e locali salgono lungo la facciata fino a far vibrare i vetri delle finestre. La vista spiove su piazza Signoria, il prezzo è di 120 euro a notte (che sale a quasi 200 nel fine settimana).
Poco? Tanto? Nella media per la stagione e la zona, stando ai siti di prenotazione. Le disponibilità delle 13 unità totali sono limitate: ad andare per la maggiore sono gli appartamenti, occupati fino a fine ottobre (il costo base è di 170 euro a notte, si sale drasticamente durante il weekend).
Al portone una semplice targa ci accoglie: “Palazzina Fusi“, si legge. Entriamo dando le spalle al magma di turisti, che consuma le vie del centro lasciando dietro di sé carcasse di lattine di coca cola e cappellini stropicciati con su scritto ’Make America Great Again’.
Gli interni sono quelli tipici di un edificio della Firenze antica. Passeggiate in cemento, pareti color crema, accessori in ferro battuto. Un ritratto di Carlo Edoardo Stuart guarda le tre figlie di Giorgio III dipinte in un giardino. La riproduzione di piazza San Marco a Venezia fa coppia con quella del Palazzo del Quirinale. Se non fosse per la bellezza rinascimentale che bussa alle finestre, potremmo trovarci ovunque, a Torino come a Londra. L’accozzaglia di stili ci accompagna fino alla reception, se così si possono chiamare una scrivania, con un computer e un pos, posizionata sul lato di una stanza asettica e dai colori spenti. Tutto sembra appoggiato lì da poco e per poco, come se chi lavora nella palazzina fosse pronto a fuggire e abbandonare la nave in caso di emergenza.
Il check-in è rapido: un’occhiata alla carta d’identità, una mappetta della città in dono e i codici dell’ingresso alla camera scritta a penna su un foglietto. Servizi interni non ce ne sono: gli spazi sono pochi e distribuiti tutti sul versante Signoria in forma di camere (standard e suites).
Insomma, nulla di nuovo sotto il sole: la posizione è ghiotta, e le targhe dei boutique hotel nei civici vicino alla palazzina Fusi hanno preso il sopravvento. È vero però che almeno fino al 2016 la palazzina ospitava persone con fragilità economiche e sociali, come da volontà dei fratelli Fusi. Di cui oggi, evidentemente, nessuno si ricorda più.





