Il dibattito sul caso del gioielliere Roggero e sulla morte di Fakir rivelano un progressivo indebolimento della cultura dello Stato di diritto
Antonio Polito sul Corriere della Sera scrive che il dibattito sul caso del gioielliere Roggero e sulla morte di Abderrahim Fakir rivela un progressivo indebolimento della cultura dello Stato di diritto e rischia di alimentare una pericolosa legittimazione della violenza nel confronto politico. L’autore ricorda che le sentenze sono pronunciate «in nome del popolo italiano» e osserva che contestare la condanna inflitta a Roggero significa mettere in discussione una decisione assunta dalla magistratura e da una giuria popolare, cioè da un organo che esercita la sovranità prevista dalla Costituzione. A suo giudizio, la tutela della vita umana resta il bene fondamentale che la Repubblica è chiamata a proteggere e non può essere subordinata a una concezione sempre più ampia della legittima difesa o all’idea che i cittadini possano sostituirsi allo Stato nell’esercizio della giustizia. L’autore rileva inoltre che le responsabilità non riguardano soltanto il centrodestra. Se da una parte critica gli esponenti della maggioranza che hanno definito ingiusta o sproporzionata la sentenza Roggero, incoraggiando una visione più indulgente verso l’uso delle armi e la giustizia privata, dall’altra rimprovera una parte della sinistra di aver espresso giudizi preventivi sull’operato delle forze dell’ordine nel caso di Bologna, invocando il rispetto dello Stato di diritto solo quando conferma le proprie posizioni. Allo stesso modo giudica improprio il paragone tra la morte di Fakir e quella di Giulio Regeni, ritenendo profondamente diverse le due vicende. Polito conclude proponendo un patto costituzionale tra le forze democratiche contro ogni forma di violenza, anche verbale. Le istituzioni e i partiti dovrebbero riaffermare il monopolio statale dell’uso legittimo della forza, rispettare il ruolo della magistratura e sostenere le forze dell’ordine nel quadro della legalità, evitando di delegittimarle o di trasformarle in strumenti della contesa politica. Solo così, sostiene, sarà possibile preservare i principi liberali e la convivenza democratica.





