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Caso Ranucci, i presunti esecutori chiedono il Riesame: “Volevamo solo fare scena”

Ariel Piccini Warschauer.

L’obiettivo era far fare rumore alla bomba, non spargere sangue. È questa la principale tesi difensiva avanzata dai legali del commando di Avellino, accusato di aver collocato una carica esplosiva nei pressi dell’abitazione del giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Alla vigilia della pronuncia del Tribunale del Riesame, chiamato a decidere sulle istanze di scarcerazione e sui domiciliari per gli indagati Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Antonio Passariello, la difesa punta in modo deciso a smontare l’imputazione più grave: quella di strage aggravata dal metodo mafioso.

Secondo quanto sostenuto dai difensori — tra cui gli avvocati Generoso Pagliarulo, Antonio Falconieri e Marika De Filippis —, l’ordigno, composto da gelatina da cava in uno stato di evidente alterazione e deterioramento, sarebbe stato posizionato «senza finalità di uccidere». Nello specifico, la bomba non era stata collocata al di sotto delle autovetture della famiglia Ranucci, bensì «a ridosso di una delle due auto parcheggiate», precisamente davanti alla ruota anteriore lato passeggero.

Una collocazione che, a detta dei legali, dimostrerebbe l’assenza di una volontà omicida: l’esplosione, pur provocando danni materiali, non avrebbe potuto innescare la deflagrazione dei serbatoi o dell’impianto a gas delle vetture, situati nella parte posteriore e distanti dal punto d’impatto. Già in sede di ordinanza di custodia cautelare, peraltro, il gip aveva rilevato come l’ordigno fosse stato sistemato distante dalle componenti maggiormente infiammabili dei veicoli. «Io non sapevo neanche che quella fosse la casa di Ranucci, né conosco Ranucci o Lavitola. Pensavo fosse una sciocchezza… Nessuno voleva fare male a nessuno.»

Secondo le dichiarazioni spontanee rese da Pellegrino D’Avino ai PM incaricati dell’indagine.

Nel corso delle ultime audizioni dinanzi ai magistrati, sia D’Avino sia gli altri indagati hanno rilasciato dichiarazioni spontanee volte a ridimensionare il proprio ruolo e l’intera operazione. «Non volevamo fare male a nessuno», hanno ribadito ai pm, negando con forza di far parte di una struttura paramilitare o di un commando organizzato sul metodo dei clan camorristi. 

I difensori spingono affinché venga derubricata sia l’accusa di strage sia l’aggravante del metodo mafioso, descrivendo il gesto come un mero «atto dimostrativo» privo di regia organizzata in stile paramilitare. Inoltre, viene sollevata la questione dell’assenza di un effettivo pericolo di fuga: secondo i legali, pur avendo avuto a disposizione mezzi economici forniti dal presunto mandante Valter Lavitola e la possibilità materiale di riparare all’estero, gli indagati non sono fuggiti e si sono fatti rintracciare al momento dell’esecuzione delle misure cautelari.

Di tutt’altro avviso resta la Procura della Repubblica, che considera l’episodio un’intimidazione di eccezionale gravità diretta contro uno dei volti simbolo del giornalismo d’inchiesta italiano. Gli inquirenti stanno attualmente vagliando il materiale informatico estratto dai telefonini sequestrati a Valter Lavitola e ai suoi collaboratori.

In particolare, l’attenzione degli investigatori si concentra sulle chat intercorse tra Lavitola e il suo factotum, il cittadino camerunense Gomes Clesio Tavares, attualmente in Camerun. Attraverso l’analisi dei messaggi e dei flussi finanziari, la Procura punta a ricostruire l’intera catena di comando e a confermare l’impianto accusatorio iniziale, respingendo l’ipotesi di una banale “bravata” o di un atto puramente dimostrativo. Domani il Riesame scioglierà le riserve, stabilendo se confermare il carcere per il commando o concedere i benefici richiesti dalle difese.

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