L’ombra della schedatura online, spunta il modulo per schedare il “turismo sionista” in Italia
Ariel Piccini Warschauer.
La caccia all’uomo, nell’era digitale, può prendere la forma apparentemente innocua ma spaventosa di un modulo Google. Si chiama «Mappatura turismo sionista» ed è l’ultima, inquietante frontiera della schedatura proPal online. Un questionario che da giorni rimbalza tra chat di WhatsApp, canali Telegram e forum della galassia pro-Pal più radicale, concepito con un obiettivo esplicito: schedare la presenza di cittadini israeliani ed ebrei all’interno delle strutture ricettive italiane e non solo.
Non si tratta di un semplice sondaggio. Gli ideatori della piattaforma dichiarano apertamente di voler registrare capillarmente casi di turismo, compravendite immobiliari e presunta «neocolonizzazione sionista» sul territorio italiano. Lo scopo di questa follia come dichiarato dagli stessi autori nel testo di presentazione è molto chiaro: raccogliere informazioni, protette da un presunto anonimato, per coordinare eventuali iniziative e dare supporto ai territori colpiti dal fenomeno della presenza di ebrei o sionisti.
Il lessico utilizzato ricalca fedelmente la retorica dei movimenti massimalisti, dove la critica legittima alle politiche del governo di Tel Aviv sfuma pericolosamente in una categoria indistinta e potenzialmente illimitata, quella del «sionista». Nel modulo non viene spiegato chi debba rientrare in questo perimetro, né quali criteri certifichino l’appartenenza a tale categoria o quali prove siano necessarie per l’inserimento nella lista.
I campi da compilare, tuttavia, sono estremamente specifici. Si richiedono dettagli sul cosiddetto turismo di decompressione dei soldati israeliani, sulle compravendite immobiliari e sugli eventi con legami istituzionali. Si scende poi nel dettaglio geografico, chiedendo di indicare la regione, la città e possibilmente un hotel, un resort o una via specifica in cui vi siano “presenze di sionisti”. Agli utenti viene inoltre chiesto di segnalare le fonti della notizia, le associazioni già attive, i comitati disponibili a intervenire e persino le figure fidate nelle istituzioni, tra giornalisti ed esperti, oltre a un contatto personale del segnalatore. È la costruzione scientifica di una rete: chi osserva, chi riferisce, chi verifica e chi, successivamente, potrà essere attivato per l’azione diretta. Un qualcosa che ricorda in modo sinistro il ventennio fascista.
Dal punto di vista legale, l’iniziativa si muove in una totale illegalità sul fronte della privacy. Nel modulo non compare il nome del titolare del trattamento dei dati, manca qualsiasi informativa sul GDPR, e non sono indicati i tempi di conservazione o le modalità di cancellazione. Vengono così raccolte informazioni sensibili su terzi che, nella maggior parte dei casi, ignorano del tutto di essere stati inseriti in una vera e propria lista di proscrizione. La memoria storica europea impone di non sottovalutare la portata di elenchi che incrociano nomi, nazionalità e indirizzi. Prima di ogni persecuzione strutturata, la storia insegna che il terreno è sempre stato preparato dai delatori, da chi indicava una casa, un negozio o una famiglia.
L’iniziativa non nasce nel vuoto ma si inserisce nel solco delle recenti campagne di turismo etico lanciate a livello globale con lo slogan “no room for genocide”. Già nel luglio dello scorso anno, il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) aveva invitato i propri sostenitori a fare pressione su Stati e grandi piattaforme come Booking e Airbnb per bloccare le attività legate a Israele e isolare chiunque sia ritenuto complice delle politiche di Tel Aviv.
A livello locale, il fenomeno ha già intercettato tensioni reali. Nei mesi scorsi, diverse sigle pro-Palestina hanno organizzato presidi e manifestazioni in Sardegna proprio per protestare contro la presenza nell’isola di militari israeliani in licenza premio o di decompressione dallo stress post-traumatico da combattimento dopo le operazioni nella Striscia di Gaza. Oggi, quel dissenso politico e quella protesta di piazza rischiano di trasformarsi in una schedatura digitale permanente e capillare, con derive di sicurezza e ordine pubblico ancora difficili da calcolare.





